Apertura dibattito
di Sergio Carletto
Con questo volume, frutto di un decennio di lavori preparatori, Paolo Prodi dimostra che la ricerca storica non è condannata, neppure nel nostro presente e dopo il tramonto delle filosofie della storia di matrice marxista o weberiana, a fare a meno di vaste sintesi per dedicarsi unicamente a ricerche erudite e specialistiche, la cui lettura risulti ostica e aliena dagli interessi del grande pubblico e riservata agli addetti ai lavori. Le sintesi del presente devono tuttavia fare i conti con la consapevolezza crescente della maggiore complessità, e della sfasatura temporale, che intercorre tra la storia delle idee e quella delle istituzioni politiche ed economiche. In particolare ogni spiegazione unilineare e monodimensionale dello sviluppo storico della modernità, condotta in nome della categoria della secolarizzazione, rischia di essere smentita dall'evidenza del persistere e del riemergere del sacro sotto le forme più diverse sino alle religioni politiche del recente passato.
Sono però pochi gli storici che siano oggi in grado, per vastità di letture e di interessi, di dedicarsi a un esercizio "ricostruttivo" di tale complessità animati altresì, come Prodi, dall'intento attualizzante di porre domande al passato a partire dalla deriva del nostro presente che porrebbe pericolosamente in discussione il dualismo tra Stato e Chiesa, e anzi il pluralismo (se consideriamo anche l'autonomia del forum...
Con questo volume, frutto di un decennio di lavori preparatori, Paolo Prodi dimostra che la ricerca storica non è condannata, neppure nel nostro presente e dopo il tramonto delle filosofie della storia di matrice marxista o weberiana, a fare a meno di vaste sintesi per dedicarsi unicamente a ricerche erudite e specialistiche, la cui lettura risulti ostica e aliena dagli interessi del grande pubblico e riservata agli addetti ai lavori. Le sintesi del presente devono tuttavia fare i conti con la consapevolezza crescente della maggiore complessità, e della sfasatura temporale, che intercorre tra la storia delle idee e quella delle istituzioni politiche ed economiche. In particolare ogni spiegazione unilineare e monodimensionale dello sviluppo storico della modernità, condotta in nome della categoria della secolarizzazione, rischia di essere smentita dall'evidenza del persistere e del riemergere del sacro sotto le forme più diverse sino alle religioni politiche del recente passato.
Sono però pochi gli storici che siano oggi in grado, per vastità di letture e di interessi, di dedicarsi a un esercizio "ricostruttivo" di tale complessità animati altresì, come Prodi, dall'intento attualizzante di porre domande al passato a partire dalla deriva del nostro presente che porrebbe pericolosamente in discussione il dualismo tra Stato e Chiesa, e anzi il pluralismo (se consideriamo anche l'autonomia del forum, cioè del mercato, rispetto al potere politico e religioso maturata a partire dal secolo XIII). E ciò avviene non allo scopo di riproporre l'ingenuo adagio della "storia maestra di vita", bensì di esorcizzare il rischio di una nuova pericolosa fusione "sacrale" tra potere economico, potere spirituale, diritto e politica, già tentata nel Novecento dai totalitarismi nazista e comunista in nome dell'onnipotenza spirituale e biologica del politico e oggi rivendicata da zelanti apologeti neo-liberali in nome del primato incondizionato di un mercato senza limiti.
Il lettore, per espressa dichiarazione dell'Autore, con questo volume si trova di fronte al terzo atto di una trilogia (i cui primi due volumi sono Il sacramento del potere. Il giuramento politico nella storia costituzionale dell'Occidente, Bologna, 1992; Una storia della giustizia. Dal pluralismo dei fori al moderno dualismo tra coscienza e diritto, Bologna, 2000), maturata in un ventennio di studi e che ha visto il progressivo dispiegarsi di nuove linee di ricerca a partire da un centro unificatore che lo storico bolognese individua a posteriori nella polisemia del concetto di forum inteso rispettivamente come "luogo in cui si incarna il patto politico e in cui si esercita il potere", "luogo in cui si dirimono le contese tra gli uomini" e infine "come mercato, come luogo in cui si determina il valore delle cose" (p. 9). La tesi prodiana è che ci troveremmo oggi, con il tramonto dello Stato moderno e con il compiersi dell'eclissi della distinzione tra diritto e coscienza (che postulava ancora un'alterità trascendente o escatologica, la dualità tra legge interiore di Dio versus le leggi positive), alla fine di un lungo ciclo storico iniziato con la rivendicazione da parte del papato "riformatore" dell'esclusività del potere spirituale (secoli XI-XII) e con la rivendicazione dell'emancipazione dell'economia mercantile, fondata sulla circolazione monetaria e sull'uso della ricchezza, da una concezione statica della ricchezza legata all'identificazione tra potere signorile e ricchezza fondiaria.
La tesi dell'Autore - e il libro, si noti, è stato scritto con sensibilità quasi profetica a cavallo dell'esplosione della grande crisi finanziaria globale del 2007-2009 - consiste nel dimostrare che l'intreccio tra mercato, Stato moderno e Chiese è costitutivo della modernità occidentale e non può e non deve essere sciolto, perché solo nell'intreccio, a configurazione e assetto variabili, tra queste realtà autonome e correlate possono essere preservate la libertà e la democrazia dei moderni. La salvaguardia del dualismo appare prioritaria rispetto alla stessa preservazione della democrazia politica, perché esso ne ha costituito il presupposto ideologico, in ambito cristiano e prima ancora ebraico-monoteistico (si vedano le ricerche di Jan Assmann), e l'antefatto storico-fattuale a partire dalla sua incarnazione pratica nei secoli del Basso Medioevo. Un mercato svincolato da regole giuridiche, prodotte dagli Stati, e senza un'anima spirituale non può esistere ed è destinato al suicidio, con il ritorno a una condizione premoderna, forse simile a quella dell'economia "palaziale" degli antichi Imperi. Non è un caso che la "repubblica internazionale dei mercanti" dei secoli XV-XVIII abbia finito, dopo aver cercato dapprima di dotarsi di "proprie" istituzioni politiche (Genova e Venezia) e di una lex mercatoria o meglio di uno ius transnazionale, per arrendersi, ma in realtà per integrarsi osmoticamente con il potere politico in ascesa, di fronte all'avanzata mercantilistica, fiscale e normativa dello Stato assoluto. E che tale realtà si sia quindi eclissata al tempo degli Imperi coloniali ottocenteschi, al pari di quanto restava dell'assetto premoderno del potere laico ed ecclesiastico, fondato su un pluralismo di ceti, ordini e giurisdizioni spirituali, retaggio dell'Antico Regime.
Questo sforzo di ricomposizione e di ricostruzione di un quadro storico d'insieme, che comprende il Basso Medioevo e la prima Modernità, richiede la capacità di intrecciare suggestioni e linee di ricerca provenienti da discipline diverse (l'economia politica e la sua storia, la storia del diritto civile, la canonistica, la teologia morale, la storia religiosa ed istituzionale, l'antropologia economica e giuridica) alla ricerca di un'interpretazione articolata della genesi dello Stato moderno e dell'economia politica ad esso collegata. Con questo volume Prodi aggiunge un ulteriore tassello alla sua ricostruzione della genesi di lungo periodo della modernità europea nella lunga stagione che va dalla "rivoluzione papale" del XII secolo (H.J. Berman) sino all'età delle rivoluzioni di fine Settecento. La novità è costituita dall'entrata in scena di un terzo attore nell'equilibrio instabile e dinamico dei poteri che si aggiunge agli Stati e alle Chiese, il mercato, la cui funzione nella genesi del moderno è stata a lungo sottovalutata dalla ricerca storica, ma la cui decisività emerge anche a partire dalla progressiva ridefinizione del furto da peccato di avarizia contro Dio e contro gli uomini a lesione della proprietà privata, e del patrimonio altrui, sanzionato come atto contrario al Decalogo e come reato contrario alla legge civile e a quelle del mercato.
Nel XII secolo l'unità del potere religioso economico e politico che aveva caratterizzato l'Europa premoderna viene incrinata dallo sviluppo dei mercati cittadini e dalla messa in discussione, anche da parte ecclesiastica, del tradizionale disprezzo che aveva circondato la figura del mercante e la sua professione. La lotta contro la simonia non va affatto intesa come la reazione di fronte a una "monetarizzazione" del sacro, bensì come un passaggio essenziale della sua "delimitazione" rispetto a quanto ricade sotto la giurisdizione del potere politico o del mercato. In altri termini vi sono beni, il cui novero andrà progressivamente restringendosi dal Cinquecento (le enclosures e la secolarizzazione dei beni ecclesiastici lo testimoniano) sino ai recenti dibattiti sulla privatizzazione dei beni comuni, che appartengono a Dio e sono appannaggio dei funzionari del sacro, o patrimonio dell'intera umanità, perché ad essa inalienabilmente destinati dal Creatore; e invece vi sono beni dei quali si può far commercio sulla base di prezzi, definiti "giusti", che sarà tuttavia il mercato stesso a determinare liberamente. D'altra parte, il confine tra potere politico e mercato viene a essere delimitato, sulla soglia del legittimo esercizio dell'imposizione fiscale sulla ricchezza mobiliare, da parte dei sovrani e successivamente degli Stati, che attorno ad essi concrescono nella forma di governo, apparato militare e amministrativo. Diventa così più evidente il fatto che la tradizione contrattualistica del diritto pubblico moderno affonda le sue radici, più di quanto non si creda comunemente, nella crescente presenza e importanza dei "contratti", e del loro rispetto, nella sfera del mercato e del diritto commerciale. In questo modo, più in generale, Prodi si sforza di evidenziare il nesso tra la genesi dell'individualismo moderno (l'homo aequalis di Louis Dumont) e il riconoscimento - in ambito evangelico e, con qualche iniziale riserva, cattolico - dell'originarietà e inviolabilità della proprietà privata dei singoli. A dispetto del titolo del volume, non siamo quindi di fronte a una ricostruzione della fenomenologia del furto e delle sanzioni canoniche e giuridiche che lo colpiscono, quanto a una storia dell'idea di mercato, che appare in un momento storico decisivo nel quale l'eclissi delle Chiese, degli Stati e anche del mercato pone a noi contemporanei il problema della fuoriuscita da una configurazione storica millenaria, con una cesura epocale di significato ben più radicale di quelle intervenute con la Riforma e con le grandi Rivoluzioni politiche dell'età moderna.
In sede di bilancio occorre come sempre riconoscere a Prodi la persuasività, e il fascino, delle analisi d'insieme e al tempo stesso la capacità di utilizzare con sapienza e misura dati raccolti da gruppi di ricerca, spesso da lui stesso diretti, per allargare lo sguardo dal dettaglio al tutto e viceversa. Lo storico bolognese si impegna altresì nello sfatare, con determinazione, luoghi comuni storiografici (si pensi alla dura critica verso chi nega, in nome del rischio dell'occidentalismo, l'eccezionalità della storia dell'Occidente, come Jack Goody) o nell'evidenziare come linee di ricerca innovative (è il caso degli studi di Giacomo Todeschini sulla concezione francescana dell'uso della ricchezza nel Duecento e Trecento) siano stati affrettatamente utilizzate in chiave apologetica, e anti-weberiana, da economisti cattolici. Il limite della storia dell'economia fatta dagli economisti consisterebbe nella sottovalutazione della dimensione politico-istituzionale dello sviluppo storico dell'economia moderna, nell'enfasi astorica sulla naturalità dell'homo oeconomicus e infine nella rilettura della storia del pensiero economico medievale e proto-moderno come semplice preludio alla genesi della disciplina principe del presente, nata infine con Adam Smith. Non meno discutibili appaiono del resto all'Autore le critiche radicali di derivazione marxista al capitalismo globale reinterpretato alla luce delle categorie di impero ed economia-mondo, o ancora l'enfasi di matrice antropologica sull'economia del dono quale antidoto regressivo ai guasti del presente. Lo storico non sempre tace, inoltre, la diffidenza verso i grandi affreschi di derivazione filosofica sulla genesi dello Stato moderno: in tal senso, pur recependo anch'egli gli illuminanti stimoli foucaultiani sull'avanzamento progressivo e sulla diffusione del potere nello stato moderno, non segue il filosofo francese nel conseguente esito biopolitico delle sue riflessioni.
Restano in sospeso per noi, testimoni del nostro tempo, una serie di domande che desidereremmo rivolgere, più che allo storico Paolo Prodi che le giudicherebbe inappropriate e "filosofiche", a tutti coloro che intendano cimentarsi, a partire dalle sue convincenti e allarmate analisi, a ben più ardue previsioni sul futuro prossimo venturo. È possibile preservare il pluralismo del potere che ha caratterizzato la storia dell'Occidente di fronte alla minaccia dei fondamentalismi, delle religioni politiche (oggi in verità in disarmo) e del mercatismo estremo? L'intreccio fecondo e il bilanciamento de facto dei poteri produrrà un nuovo equilibrio, forse al di fuori dell'attuale ordine costituzionale liberal-democratico? Il tramonto del paradigma dualistico dell'Occidente coinciderà con il compiersi di una radicale scristianizzazione, oppure produrrà una risacralizzazione paradossale dello spazio pubblico? Quale il ruolo del convitato di pietra, costituito dalla tecnica, nel futuro prossimo venturo? E ancora: alla luce degli sviluppi più recenti della crisi finanziaria globale, siamo di fronte a un riequilibrio di potere tra gli Stati e i mercati oppure, dopo una crisi passeggera, la forza travolgente di questi ultimi è destinata a produrre, come già avvenne tra Seicento e Settecento vincendo osmoticamente le resistenze diffuse, nuovi assetti del potere a livello globale?
La storia dell'interpretazione del settimo comandamento e di quanto ricaduto sotto la sua giurisdizione nel corso dei secoli, andando ben al di là del semplice furto o della...
La storia dell'interpretazione del settimo comandamento e di quanto ricaduto sotto la sua giurisdizione nel corso dei secoli, andando ben al di là del semplice furto o della copiosa letteratura dedicata all'usura e all'interesse, consente di seguire secondo un punto di vista specifico e privilegiato, quello del forum appunto, la nascita e la trasformazione di alcune categorie proprie della modernità, tra le quali mercato, ricchezza, economia e patrimonio personale. In altri termini, con la nascita e lo sviluppo del mercato muta il concetto di furto: «accanto al furto tradizionale appare il furto come violazione delle regole del mercato, non soltanto come frode o inganno del singolo soggetto che compra o vende, ma come violazione del "giusto prezzo" che può essere stabilito soltanto in un mercato inteso come forum, cioè giudizio collettivo sul valore delle cose» (p. 18).
Già all'inizio del processo di secolarizzazione e della rivoluzione gregoriana, nel dinamismo dialettico che, secondo Prodi proprio grazie alla Chiesa, porterà alla laicizzazione della politica, il mercato si inserisce nel vuoto che viene a crearsi tra i due contendenti, approfittando dello spazio che gli viene "concesso" e costituendosi come realtà alternativa e indipendente dal potere religioso e dal potere politico. Inoltre, all'idea del mercato come forum si associa ben presto sia l'idea di una specifica identità collettiva - quella dei mercanti e dei commercianti che si avvalgono, appunto, di un foro proprio e indipendente per svolgere il proprio lavoro e dirimere le contese -, sia l'idea del mercato come specifico "soggetto" - "buono" o cattivo" (vantaggioso o no, ecc.) - che Prodi non manca di sottolineare: «non si tratta soltanto di uno slittamento semantico se la parola "mercato" si sostituisce alla parola forum: nella dialettica e nella concorrenza tra il potere politico e quello religioso il mercato si costituisce come nuovo potere dotato di una sua autonomia: il forum per il giudizio sui valori dei beni può non identificarsi come luogo fisico e come persone con il forum quale sede del potere politico e religioso» (p. 40).
Ne emerge un quadro di grandi trasformazioni che, seguendo innanzitutto il processo che porta dal furto come peccato (cap. VIII) al furto come colpa (cap. IX) e infine al furto come reato (cap. X), si propone di cogliere i tratti distintivi del periodo compreso tra XII e XVI secolo, e la grande importanza che esso riveste per la storia dell'Occidente. Infatti, ciò che secondo Prodi rende la storia dell'Europa unica nel confronto con le altre civiltà, ovvero la modernità, consiste «nella sua capacità rivoluzionaria, nella capacità di trasformare continuamente le sue strutture politiche, giuridiche ed economiche» poiché, sebbene le altre civiltà abbiano conosciuto colpi di Stato e mutamenti nella gestione del potere, non hanno mai conosciuto «"rivoluzioni" intese come progettazione e sforzo di costruire modelli nuovi di società contrapposti alle strutture dominanti in un dato momento storico» (p. 27). Non solo: l'origine di questo specifico processo può essere rinvenuta nella rottura del monopolio sacrale del potere avvenuto tra XI e XII secolo cosicché, proprio nel dualismo istituzionale venutosi a creare tra papato e impero, il caratteristico cammino rivoluzionario dell'Europa ha trovato «una sua prima realizzazione costituzionale come processo dinamico della società» (p. 29).
Oltre alla sostanziale indipendenza, occorre sottolineare anche il carattere di universalità che sin dalle origini pretende di contraddistinguere il mercato. L'indipendenza del mercato come forum, infatti, non comporta certo l'assenza della religione: se, da una parte, sembra porsi in competizione con la res publica christiana, dall'altra, proprio nell'universalità e nella condivisione dei principi etici cristiani trova il proprio fondamento. Il mercato, infatti, non può reggersi che sulla fides, sulla reciproca fiducia dei mercanti nel rispetto delle regole del mercato stesso. Il tradimento di questa fiducia, minando l'intero forum, ne costituisce la principale lesione e, in quanto tale, la forma più perniciosa di furto. Anzi, è proprio all'interno di questo «mondo della fiducia che le norme mercantili potranno raggiungere le qualità, che ne faranno un sistema giuridico completo, di universalità, reciprocità, attività giudiziale partecipativa, integrazione e crescita» (p. 43). In altri termini, secondo Prodi è proprio per la sicurezza dei contratti stabilita sulla fides, sulla religione cristiana che garantisce la restituzione o il risarcimento di ogni danno derivato dall'inosservanza delle norme del mercato (la restitutio è infatti uno dei cardini dell'interpretazione del settimo comandamento) che ha potuto affermarsi la superiorità della nuova civiltà commerciale europea.
Il rapporto dialettico tra la religione e il mercato è dunque particolarmente complesso e anche la tradizionale lettura della condanna dell'usura e dell'interesse deve essere riconsiderata. Seguendo lo sviluppo della ricca trattatistica religiosa - dai trattati medievali de contractibus, ai successivi trattati de iustitia et iure, ai manuali di "casistica" e per confessori cinque e seicenteschi - è possibile verificare come l'analisi e il commento dei contratti di mutuo, credito, assicurazione, così come di tutti i nuovi contratti finanziari, siano ormai ben presenti. Il tema, infatti, non è quello di una precettistica che vuole impedire il diffondersi di pratiche considerate proibite e immorali, ma di un fenomeno così presente e diffuso - tale infatti che non è più pensabile già nel Duecento un mercato senza il credito - che richiede quotidianamente al buon cristiano nuovi termini di comprensione e nuove guide di comportamento. Tanto è vero che non vi sarà mai una condanna esplicita del grande mercato finanziario, ma solamente del credito da persona a persona, quasi che solo nell'usura interpersonale risieda il sopruso e il peccato. La condanna del prestito a interesse appare infatti «come una reazione a una novità che si è già prepotentemente affermata nelle città italiane e europee, come strumento di lotta e di controllo da parte della Chiesa sul nuovo potere che si è già affermato» (pp. 57-59).
Se per comprendere la molteplice complessità del rapporto tra potere religioso e mercato il concetto cardine è quello di fiducia, per quanto attiene invece al rapporto tra potere politico e mercato una valida chiave di lettura può essere la trasformazione del concetto di ricchezza. Ormai svincolata dalla proprietà terriera, la nuova ricchezza monetaria, nata e accumulata sui mercati internazionali, costituisce un primo motivo di crisi del potere feudale, fondato sulla proprietà e sul controllo totale del territorio. Soltanto, infatti, le città in grado di strutturare un adeguato rapporto istituzionale tra politica e mercato (Genova e Venezia su tutte) sapranno sopravvivere allo sviluppo delle signorie regionali prima, e degli Stati-nazione poi, molto meglio attrezzati per questo compito. Specularmente, perdono potere e consistenza i corpi intermedi che hanno dato origine al mercato, le corporazioni, lasciando il campo a quello che sarà il nuovo diretto protagonista e antagonista dello Stato, il cittadino. Tra le numerose considerazioni sviluppate in proposito da Prodi, vale la pena ricordarne almeno un paio: da un lato, dalla nuova relazione tra potere e ricchezza prenderà le mosse la nascita della moderna fiscalità e il nuovo rapporto senza mediazioni tra Stato e ricchezza dei sudditi; dall'altro lato, cambia altresì il concetto individuale di ricchezza, che da bene disponibile si trasformerà in patrimonio, cosicché il furto non potrà più essere semplicemente considerato l'appropriazione indebita di un bene, ma una vera e propria lesione della persona, rientrando dunque nell'ambito anche del quinto comandamento, non uccidere. Di quest'ultima trasformazione è rivelatore il passaggio che dalla trattatistica medievale, che considera a lungo la necessità grave o estrema come importanti attenuanti del furto sia come peccato che come reato, porta ai codici napoleonici che per primi prevedono il carcere per l'insolvenza, anche involontaria e non solo fraudolenta.
È dunque evidente la difficoltà di discutere in poche parole la complessità delle linee di indagine percorse da Prodi nell'interpretazione del furto come testimonianza dell'affermazione del mercato e della lotta tra la Chiesa e lo Stato per la supremazia su di esso. E' però opportuno un ultimo rimando alle pagine conclusive dell'opera, in cui Prodi sviluppa alcune considerazioni in merito alla contemporaneità e all'attualità. In un mondo in cui il mercato ha ormai sopravanzato la possibilità di un confronto di reciproco controllo sia con il potere politico che con quello religioso, in cui l'etica civile o religiosa non sono più in grado di costituirne l'ossatura portante, e in cui, proprio a scapito dello Stato stesso, si afferma sempre più l'identificazione tra potere economico e potere politico, il risultato inevitabile di tale identificazione sarebbe «la perdita proprio del valore più profondo della nostra civiltà europea (di cui si vorrebbero reinventare le "radici"), cioè il fertile dualismo che ne ha connotato l'identità come rivoluzione permanente» (p. 376).
Nei primi decenni del Quattrocento il tema del furto come lesione delle regole del mercato è dominante nell'esposizione del settimo comandamento e guida la prassi quotidiana di tutta la cristianità europea. É il settimo comandamento che permette l'interconnessione tra le norme etiche e il diritto canonico, aprendo la strada alla concezione moderna del disciplinamento della società. Le norme morali che nascono dal ceppo del settimo comandamento acquistano quindi una valenza giuridica che permette di costruire il mondo del mercato come dotato di una sua intrinseca autonomia e autorità, di elaborare il nuovo diritto della repubblica internazionale del denaro. Fondamentale, rileva Prodi, è il pensiero di Jean Gerson (1363-1429) che coglie la genesi della modernità politica e giuridica nel passaggio dal pluralismo dei fori al dualismo tra coscienza e diritto positivo. In questo quadro la sfera privata del peccato in materia economica rimane per il mercante cristiano immutata per quanto riguarda la sfera tradizionale (non commerciare di domenica, ecc.) ma viene individuato un nuovo tipo di peccato: il furto come coinvolgimento consapevole nella violazione delle regole del mercato. L'universalismo del cristianesimo, senza venire meno, cede il posto alla repubblica internazionale dei mercati. Le leggi della natura tendono a coincidere con le leggi del mercato e la loro infrazione diventa la violazione non di un astratto diritto naturale, bensì di norme di comportamento essenziali per appartenere al mondo che si viene costruendo. Dal peccato alla colpa, dalla fede alla fiducia: tra il foro interno della coscienza e il tribunale politico, conclude Prodi, è ormai maturo in Europa il foro del mercato che premia i meriti e castiga le colpe dei soggetti individuali e collettivi che in esso competono.
In che modo la storia sociale, la storia del diritto, la storia politica e delle religioni consentono a un osservatore contemporaneo di ricavare elementi di osservazione e di comprensione del fenomeno economico e della crisi che ha determinato un così urgente ripensamento degli equilibri complessivi e delle strade da percorrere? Ormai da alcuni anni la finanza etica, grazie in particolar modo alla riflessione di Stefano Zamagni, ha indotto una stringente riconsiderazione delle leggi di mercato, alla luce di una reinterpretata dinamica relazionale tra attori sociali ed economici. Più datata è invece l'apertura provocata sullo scenario dalla riflessione della dottrina sociale della Chiesa, che ha trovato in esempi di grandi giuristi ed economisti esiti di potenziale pregnanza per l'intero equilibrio sociale, perdendo tuttavia la propria originaria identità con il perdersi della pulsione del Concilio Vaticano II. Proseguendo a ritroso si assiste alla componente marcatamente economica di parte delle ideologie che hanno caratterizzato la storia contemporanea, in una prospettiva atta a riformulare le relazioni esistenti tra individuo e società, in merito alla proprietà e alla condivisione della proprietà. Il volume va ben oltre la mera elencazione di esempi, e progressivamente ci permette di costruire un quadro articolato, la cui profondità mette in luce la delicatezza dell'argomento. Soltanto l'acquisizione di un elevato numero di chiavi di lettura ci consentirà di interpretare la realtà di cui siamo parte, attraverso la maturazione di una capacità analitica dei fenomeni che ci consenta di includere la nostra quotidianità nella linea ininterrotta della continuità storica. Il saggio in discussione non offre l'ennesimo esempio di retorica che eleva la conoscenza della storia a chiave di risoluzione dell'inadeguatezza della capacità di comprensione del reale, ma propone un ricco corredo di fonti che, contestualizzate nei rispettivi scenari storici e sociali, attestano l'evoluzione di un pensiero, l'emersione di nuove consapevolezze e di equilibri che costantemente si rinnovano, rifacendosi ai modelli proposti da Durkheim e Polanyi ed arricchendone le prospettive, proponendone la correzione o l'integrazione, laddove necessario. Non dunque un semplice studio del fenomeno economico, né una mera elencazione di occorrenze del tema del furto nella storia sociale e nella storia del pensiero, ma uno sguardo focalizzato sui punti di contatto e le aree di transizione: tra il lecito e l'illecito, il morale e l'immorale, il religioso e il politico, l'evergetico e l'utilitaristico. Un prospetto costruito per consentire di riconoscere, nella modificazione delle sensibilità della storia, il carattere cangiante della nostra storia; per comprendere, attraverso la dimostrazione della fragilità delle vicende umane, le radici della fragilità che oggi connota la nostra struttura sociale e che condiziona, superficialmente o inconsciamente, il comportamento individuale.
Vengo dunque al punto: se Filoramo, nel libro preso in esame nella precedente discussione, ripropone la questione del fondamento del potere politico confrontandolo con il fondamento sacro del potere religioso, credo opportuno trarre dalle pagine di Prodi un suggerimento: se la questione del fondamento del potere politico rimane aperta sino ad oggi e ancora c'è chi pretenderebbe un ritorno al fondamento sacro dello Stato, il potere economico non sembra richiedere nessun fondamento e si dimostra autosufficiente, capace di autofondarsi e autoregolarsi. Sia ben chiaro, "autoregolarsi" non significa certo riproporre l'efficacia della "mano invisibile" di Adam Smith e l'illusione che porti autonomamente verso il bene comune. Significa piuttosto che il mercato in quanto tale non ha bisogno dello Stato o della religione per sopravvivere: le sue istituzioni si reggono su di sé e conducono semplicemente verso il mercato stesso, non verso la società e i bisogni dei cittadini. Credo perciò che sarebbe forse utile riflettere su cosa si regga il mercato, che cosa ne costituisca la legittimità e perché non sia più messa davvero in discussione dal potere politico né da quello religioso. Potremmo forse comprendere qualcosa di utile sul futuro degli Stati democratici e dei loro cittadini.
L'attuale crisi dello Stato democratico può dunque essere ricondotta anche alla rottura di questo equilibrio. La globalizzazione dei processi economici, e la loro conseguente deterritorializzazione, fa sì che essi risultino eccedenti rispetto alle reali possibilità di esercizio della sovranità e della giurisdizione di uno Stato che continua a essere costitutivamente connesso a un determinato territorio e alle sue dimensioni "nazionali". Allo stesso tempo, mancano ancora efficaci organismi internazionali in grado di supplire al ruolo dello Stato a livello globale, lasciando così che il potere economico possa esercitare una supremazia di fatto priva di responsabilità. Concludendo con le parole di Prodi: «Dalla separazione dell'economia dalla politica si aprono quindi anche scenari del tutto nuovi: non soltanto l'impotenza della politica di fronte al potere multinazionale irresponsabile ma anche una nuova fusione del potere economico con il potere politico che ci porterebbe all'indietro di millenni» (p. 378).
Il cristianesimo, sin dalle prime strutturazioni sociali, racconta una storia umana che è radicata nel mondo reale. Lo dimostra la prima biografia della comunità cristiana: sin dal principio, la religione dell'incarnazione si pone il problema di come procurarsi il pane, per sé e per i fratelli non autosufficienti. Sin dal principio si pone il problema della relativizzazione dei sistemi di pensiero e delle attribuzioni di valore. Implicita nella dimensione del sacro è la non trasferibilità, la non vendibilità, implicazione tuttavia ridimensionata in una prospettiva teologica cristiana, per cui gli unici oggetti sacri di proprietà della Chiesa non alienabili, i vasi sacri, divenivano tuttavia suscettibili di vendita qualora servissero per pagare il riscatto di un prigioniero e garantirne la redemptio. Tra tutte le testimonianze, ho scelto di proporre quella di Ambrogio, rappresentativa di una sensibilità che permea un'epoca, e che rappresenta la scaturigine di movimenti e di elaborazioni teologiche di grande importanza per la storia del cristianesimo. La tradizione dell'azione di riscatto dei prigionieri, dalle manifestazioni delle liberazioni miracolose provocate da Martino di Tours, sino allo sviluppo del culto di Leonardo di Limoges, determina la nascita di ordini che proprio nella missione della liberazione dei prigionieri fondano i propri capitoli costitutivi. Il periodo tra XI e XII secolo, indicato da Prodi come cardinale per i cambiamenti in atto negli equilibri relazionali tra potere politico e potere religioso - tra poteri, e non necessariamente tra istituzioni - , rappresenta la fase storica di formazione di due tra i più importati ordini di "liberatori", che attraverso il pagamento dei riscatti consentivano ai captivi pro fide Christi di ritrovare la propria libertà di culto e di avere salva l'anima. Il caso dell'Ordine dei Trinitari di Giovanni di Matha (approvato nel 1194) e dell'Ordine della Beata Vergine della Mercede di Pietro Nolasco (approvato nel 1235) attestano in modo evidente una dinamica di "santificazione" del denaro, che costituisce uno strumento operativo diretto nell'esercizio di un carisma fondativo e che acquisisce così un'indiretta capacità salvifica.
Al di là dei comandamenti, al di là del dettato normativo, il commercio inteso come violazione dei delicati equilibri sociali viene certamente condannato, ma l'azione di attribuzione di un valore monetario a un oggetto sacro può trovare importanti risvolti teologici e significative conseguenze sociali. Può il denaro definire o orientare la natura di una religione? Come ogni elemento appartenente alla sfera della realtà, non può esimersi dal determinare un condizionamento per tutti gli altri che si trovano a muoversi sulla stessa scena. Probabilmente ha esercitato una capacità orientativa forte, in senso costruttivo o deteriore. Certamente la Chiesa, prima cristiana e poi cattolica, costituisce un esempio particolarmente complesso su cui riflettere in funzione di una variabilità e di una eterogeneità, in senso sia spaziale che temporale, che impedisce la fissazione di uno scenario. Non si può tuttavia mettere in dubbio la centralità del rapporto tra capacità finanziaria e possibilità di guadagnare la libertà di culto, talvolta anche implicando la risemantizzazione di un bene di scambio e traducendone la natura strumentale in missione salvifica. Aurum Ecclesia habet, non ut servet, sed ut eroget, et subveniat in necessitatibus. Quid opus est custodire quod nihil adiuvat? (Ibid., 137). La riflessione di Prodi non può che guidarci, in questo percorso, sulla strada della rivalutazione e della relativizzazione degli elementi, permettendoci di liberarci da attribuzioni valoriali prestrutturate, e restituendo alla storia, attraverso l'esplorazione di direzioni nuove, anche un nuovo senso.
Non è necessario aggiun...
Non è necessario aggiungere che il fondamento dell'"etica condivisa" di cui si parla è da rinvenire nei precetti e negli insegnamenti della dottrina cristiana. Non intendo certo mettere in discussione la rilevanza dell'influenza della religione nella definizione delle istituzioni così come dei comportamenti quotidiani dell'uomo moderno: ciò sarebbe obiettivamente impossibile. Tuttavia si ha l'impressione che nella ricostruzione dei rapporti tra poteri e tra fori - religioso, politico ed economico - così come della storia delle istituzioni civili, giuridiche ed economiche nel periodo compreso tra la riforma gregoriana e l'età moderna, si tenda, anche quando si pretende di procedere alla redazione di una storia della quotidianità, attraverso sistemi di riferimento troppo ampi.
In altri termini, è vero che il mercato in quanto tale può reggersi soltanto su una fides condivisa, ovvero sulla convinzione e sulla fiducia nel fatto che tutti rispettino le regole del gioco e che i trasgressori saranno puniti, indipendentemente dal fatto che tale fides sia di matrice economico-razionale o religiosa, ma è altresì vero che non è possibile ritrarre il mercante del medioevo o dell'età moderna come il pio cattolico osservante della morale cristiana in materia di fiducia, bene comune e usura, o come il pio protestante che nella propria professione vede una vocazione divina e nei risultati economici e sociali la dimostrazione della predilezione divina nei suoi confronti. Per quanto "costretti" nell'organizzazione sociale ed economica retta su un rigoroso inquadramento sociale - dalla corporazione alla congregazione e alla città di appartenenza - non è possibile escludere il "moto individuale", la personale ricerca di affermazione e guadagno, che emerge e si afferma ben oltre i limiti non solo di quanto richiesto e consentito dalla chiesa di appartenenza, ma anche della quotidiana condotta personale sia religiosa che economica.