Lo sviluppo

Storia di una credenza occidentale


Il testo di Rist – che insegna all’Institut Universitaire d’Etudes du Développement di Ginevra – non lascia spazio a dubbi: il concetto di sviluppo ha subito la stessa sorte degli altri messianismi ed è fallito. Dopo una lunga stagione in cui schiere di studiosi hanno prodotto numerosi documenti e ricette che dovevano guidare i paesi del Sud del mondo verso condizioni di vita migliori, oggi ci si accontenta di garantire aiuti umanitari. Sviluppo umano, sviluppo durevole , “altro” sviluppo, sono alcune delle proposte uscite al termine dei lavori delle Commissioni (Hammarskjold, Brandt, Brundtland) sorte per iniziativa dell’ONU con le quali si voleva affrontare il divario tra paesi industrializzati e paesi ancora privi delle strutture indispensabili per garantire la sopravvivenza a tutti i loro abitanti. Il fallimento di ogni ricetta risiede, a parere di Rist, nel non avere mai indicato con precisione i mezzi per realizzare una vera spartizione della ricchezza, nel non avere stabilito le procedure per rendere operativo un nuovo ordine internazionale, nell’avere accettato la necessità di assicurare una crescita continua del sistema capitalistico, obbligando i paesi periferici a imitare i paesi più sviluppati. Il termine sviluppo ha avuto successo perché favoriva una lettura lineare della storia (interrompendo la nozione di ciclo) e garantiva una connotazione positiva legata alla crescita; inoltre è divenuta una specie di religione, creduta naturale e necessaria. Proprio il carattere ‘necessario’ dello sviluppo ha causato danni maggiori di quelli che si intendevano risolvere, da un lato portando alla disintegrazione delle società tradizionali, dall’altro – con l’obbligo dell’aggiustamento strutturale in voga negli anni 80 – provocando un insostenibile indebitamento che ha portato al collasso paesi come il Messico. Contemporaneamente si è assistito al frantumarsi dell’entità del Terzo Mondo (da una parte i NIC’s – Taiwan, Corea del Sud, Singapore – e i paesi petroliferi, dall’altra i paesi africani) che ha rafforzato la dipendenza dei paesi più poveri e ha indebolito la loro forza contrattuale sulla scena internazionale. Dagli anni 80 il liberalismo ha sostituito il keynesismo e il tema dello sviluppo è diventato “come una stella morta di cui si vede la luce anche se è spenta per sempre”.
Dal momento che la barriera ricchi/poveri si è alzata anche all’interno dei singoli stati, ricorda Rist, occorre avviare una ricerca teorica seria su “doposviluppo”, che studi un nuovo modello di scambio che non sia prono al mercato, includa i fattori non-economici, assicuri un’autentica autonomia politica e sociale per i paesi del Sud.

Dati aggiuntivi

Autore
Anno pubblicazione 1997
Recensito da
Anno recensione 1998
Comune Torino
Pagine 316
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