Il velo di Iside

Storia dell'idea di natura


“La natura ama nascondersi” è una sentenza di Eraclito che dall’antichità agli inizi del XX secolo ben si attaglia all’atteggiamento dell’uomo verso la natura nella prospettiva della metafora dello svelamento. In questo percorso si troveranno discontinuità, ma anche la persistenza della raffigurazione della natura come Artemide/Iside, come oggetto della scienza, come madre di tutte le cose, come infinita, divinizzata, indicibile, fino a farne (a partire dalla fine del Settecento) sede della verità, oggetto ultimo e forse inaccessibile del sapere umano. Il tema del velo di Iside viene interpretato in epoca romantica nella prospettiva di una filosofia idealista: svelare Iside significa riconoscere che la natura non è altro che lo Spirito ancora inconsapevole di sé. Se la natura ama nascondersi è infatti perché essa non è accessibile ai sensi, ma si situa nel vasto dominio dell’incorporeo, che va dalle realtà psichiche alla realtà divina. Fra le diverse accezioni con cui si può declinare il detto eracliteo viene privilegiato quello di natura come processo, dove l’idea del segreto della natura suppone un’opposizione tra il visibile e l’invisibile. All’inizio del Seicento, agli albori della rivoluzione scientifica, essa ancora appare coi tratti di Iside che si svela: questi segreti non sono più le qualità occulte e invisibili, ma  oggetti sconosciuti che l’uomo può riuscire a scorgere grazie ai suoi strumenti tecnologici. Nel corso del tempo si incrociano due tradizioni e due metodi di svelamento dei segreti della natura: quello prometeico (che inizia dalla meccanica greca e prosegue fino alla rivoluzione meccanicistica del Seicento, aprendo la strada al mondo industrializzato odierno) e quello orfico, che punta a scoprire i segreti della natura limitandosi alla percezione, con le sole risorse del discorso filosofico e artistico. Se la natura è arte e se l’arte è natura, sottolinea Hadot, l’artista e il filosofo potranno, tramite l’esperienza estetica, conoscere la natura, ossia potranno prendere coscienza di tutte le dimensioni del mondo della percezione. La familiarità con la natura potrà condurre all’esperienza della sua presenza esistenziale come fonte di creazione, andando oltre la ricerca dei suoi segreti, per accedere allo stupore dinanzi al mistero del mondo. Alla fine del Settecento questa concezione invade letteralmente la letteratura e la filosofia, quando il sentimento di terrore davanti alla natura (che aveva caratterizzato il rapporto dell’uomo con essa fin dall’antichità) lascia strada appunto a quello dello stupore: il rapporto con la natura diventa più affettivo, più emozionale e il suo svelamento si tramuta in visione originaria delle cose, prendendo coscienza della realtà e del mistero dell’esistenza.
                                                                             

Dati aggiuntivi

Autore
Anno pubblicazione 2006
Anno recensione 2006
Comune Torino
Pagine XVII + 332
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