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    Piccole ragioni. Filosofia con i bambini

Educazione al limite

Piccole ragioni. Filosofia con i bambini

  • Umberto Curi

    Professore emerito di Storia della filosofia - Università di Padova

  • martedì 24 ottobre 2017 - ore 17:00
Filosofia con i bambini

In un passo del secondo libro della Repubblica Platone racconta un mito. Il racconto riguarda un pastore della Lidia, una regione dell’Asia minore, di nome Gige, il qualche viene casualmente in possesso di un anello che è provvisto della qualità straordinaria di rendere invisibile chi lo indossa. Scoperto il potere magico dell’anello, Gige rapidamente si fa introdurre nella reggia della Lidia, seduce la regina, uccide il re e si impadronisce del trono. È importante riferirci al commento che fa uno dei protagonisti del dialogo platonico avendo ascoltato il racconto del mito. Si tratta di Glaucone, che dice: «Chiunque di noi fosse in possesso dell’anello di Gige se ne servirebbe per assecondare la sua pleonexia». Il termine greco che Platone adopera per indicare quella che potremmo in maniera rigorosa tradurre come «brama di avere» è pleonexia. Questo termine è importantissimo per comprendere adeguatamente la problematica. Ma dobbiamo stare attenti perché pleonexia è tradotto talora in maniera negligente, appunto come avarizia, avidità, smania di possesso, mentre è molto più utile ricondurci letteralmente alla radice etimologica del termine che è pleon ekein dove ciò che fa problema, ciò che è significativo, non è l’ekein, cioè l’avere – perché la tendenza all’avere è di per sé una tendenza non solo fisiologica e necessaria, ma anche non censurabile. Dove si annidano i problemi è in pleon ekein, cioè non solo e non tanto nell’avere, ma nell’avere pleon, cioè nell’avere di più di… Più di cosa? Dobbiamo capire che l’espressione è deliberatamente ellittica. Più di ciò che ci spetta, di ciò che è corretto, di ciò che hanno gli altri, più di ciò che è decente, giusto, rigoroso, moralmente condivisibile avere. Insomma, la considerazione platonica all’altezza di questo passaggio della Repubblica è: la tendenza naturale di ciascuno di noi è la pleonexia, cioè il desiderio, la tensione ad avere più di ciò che ci spetta.                                                                                Se noi non ci concediamo alle conseguenze della pleonexia è solo perché temiamo quelli che potrebbero essere gli effetti della legge o della disapprovazione sociale. […] Per fare un passo ulteriore possiamo ricordare la riflessione particolarmente analitica e argomentata del concetto specifico di pleonexia che troviamo nel libro quinto dell’Etica Nicomachea di Aristotele. L’aspetto che mi sembra più importante è che Aristotele non ha dubbi nell’individuare nella pleonexia una forma di ingiustizia. Ma perché è una forma di ingiustizia? Sebbene sembri essere lontano dall’approccio così rudemente disincantato di Platone, anche Aristotele è perfettamente consapevole del carattere naturale della pleonexia; la giudica tuttavia una forma di ingiustizia in quanto comporta una distribuzione iniqua, diseguale di risorse. Se io ho pleon, cioè di più, vuol dire che qualcuno ha di meno; la pleonexia non sarebbe allora di per sé censurabile, nel suo statuto naturale, se non introducesse un’asimmetria tra coloro che hanno di più e, inevitabilmente, coloro che hanno di meno. […] Se ha ragione Aristotele, e io credo che ce l’abbia, allora c’è poco da dire: bisogna ripristinare l’uguaglianza.

 

(da U. Curi, Avere di più o della pleonexia, in S. Chialà e U. Curi, La brama dell’avere, Trento, Il Margine, 2016, pp. 31-44)*

 

 

 

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