La Tirannide da Senofonte – Fondazione Collegio San Carlo

La Tirannide da Senofonte

Mise en espace dello 'Ierone' di Senofonte

  • da venerdì 09 aprile 2010 a sabato 10 aprile 2010 - 21.00
Centro Culturale

Video integrale

a cura di Claudio Longhi testi scelti da Carlo Altini
con Diego Baldoin, Fausto Cabra, Lino Guanciale, Luca Micheletti, Alberto Onofrietti
coordinamento tecnico Marco Stefanini

Primo capitolo del progetto pluriennale La scena delle idee inteso a esplorare le potenzialità delle “nozze” tra teatro e filosofia nel quadro di una scena intesa come luogo deputato alla maturazione di una conoscenza complessa figlia dell’esperienza, la mise en espace de La tirannide proposta dalla Fondazione Collegio San Carlo e da Emilia Romagna Teatro Fondazione è concepita come un percorso di avvicinamento all’antichità, sviluppato sul doppio crinale dell’attualità/inattualità del “classico”. Nel segno del celebre adagio di brechtiana memoria che vuole che il teatro abbia oggi una sua ragion d’essere soltanto nella misura in cui rappresenti il mondo come realtà trasformabile, il testo di Senofonte è recitato nella convinzione che guardare alle proprie spalle serva per completare l’orizzonte di quanto ci sta dinnanzi, nel tentativo di farsi testimoni del passato per diventare interpreti all’altezza del nostro domani. In linea con questi princìpi, per una frequentazione della filosofia che affianchi alla speculazione la “prassi” estetica, per un teatro “civile” che unisca all’indagine delle strutture della contemporaneità la valorizzazione del patrimonio culturale dei “classici” dell’Occidente, assunto come imprescindibile fondamento e pietra di paragone di ogni democrazia, la rappresentazione della Tirannide è concepita come stimolante laboratorio per riflettere sull’arte del governo. In particolare in quella che, con l’aberrazione diacronica propria della nostra èra post-postmoderna, potremmo definire la più “machiavellica” tra le opere del Senofonte politico, risuona a tutt’oggi come un potente monito circa l’indistinguibilità di giustizia e politica e, facendo sponda sui precetti socratici, scritto nella prosa solare del retore con lo stile arguto del logografo, ci si offre come un capitolo fondamentale per la riflessione sopra l’ideologia del potere, la solitudine del governante, il rapporto dell’uomo politico con la cultura. Incastonata in un caleidoscopio di frammenti senofontei dai Memorabili, utile lente “grandangolare” atta allo scandaglio dell’orizzonte precettistico e speculativo in cui si situa lo scrittore ateniese, la conversazione immaginaria tra il principe e il letterato, agìta in rappresentazione, si coniuga in composito “dramma didattico” ante litteram che demistifica la retorica “di regime” e traccia importanti coordinate per la ricerca dell’utopia del buon governo, millenaria chimera del pensiero politico.

Claudio Longhi
Socrate, il maestro di Senofonte, fu sospettato di insegnare ai suoi seguaci a essere tirannici: con la stesura del suo dialogo tra il tiranno Ierone e il saggio Simonide, Senofonte dà adito allo stesso sospetto. Tuttavia non è Senofonte, bensì Simonide a indicare che, con l’attuazione del buon governo, il tiranno potrà trovare la felicità; inoltre, anche a voler ammettere che Simonide sia semplicemente il portavoce di Senofonte, la sua tesi resta ambigua. Essa è indirizzata a un tiranno che è avvilito dalla tirannide, che ha appena finito di dichiarare che per un tiranno non può esistere cosa migliore dell’impiccarsi. Non avrà dunque la tesi di Simonide lo scopo preciso di confortare il triste, solitario e disperato tiranno? E un discorso fatto a un tiranno da un uomo che è in suo potere ha una qualche probabilità di essere sincero? La situazione in cui viene a trovarsi Simonide è pericolosa: poiché essere ammoniti sulle proprie mancanze non è piacevole, anzi è umiliante, nessuno si trova al sicuro nel contraddire apertamente un tiranno. La saggezza di Simonide si mostra nel creare una situazione dalla quale Ierone non solo accetti i suoi consigli, ma anzi ne faccia esplicita richiesta. E per questo motivo il dialogo porta al risultato, in apparenza paradossale, che la condanna della tirannide è pronunciata da un tiranno spinto dall’egoistica difesa del proprio interesse contro le manovre di un saggio che invece pronuncia, senza un apparente motivo personale, l’elogio della tirannide, sia pure in una forma corretta e riformata. È chiaro che la lode della tirannide benefica pronunciata da Simonide, così come la condanna della vita tirannica pronunciata da Ierone, non può che essere occasionale, o retorica, e mostra la natura intrinsecamente critica e oppositiva della filosofia, chiaramente rappresentata dal ruolo politico del filosofo capace di leggere dall’interno, e quindi di minare, i segreti del potere e della politica. Del resto, il silenzio di Ierone di fronte ai consigli di Simonide al termine del dialogo, oltre a essere un segno della differenza tra il linguaggio della politica e il linguaggio della filosofia, è anche un sintomo evidente della scarsa intenzione di Ierone a seguire le raccomandazioni di Simonide: la buona tirannide è un’utopia perché è un’utopia la promessa finale del saggio al tiranno di essere felice senza essere invidiato.
Carlo Altini

Programma

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dal lunedì al venerdì, ore 10-13; 15-18
cc@fondazionesancarlo.it

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