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Un gesto di cura verso il passato

Excursus sul restauro e la conservazione archivistica della Fondazione Collegio San Carlo


La cura: un rispetto silenzioso per la nostra storia 

Dietro le quinte della biblioteca antica è all’opera un minuzioso lavoro di restauro dei volumi e dei fascicoli appartenenti all’archivio della Fondazione Collegio San Carlo; un lavoro lento e silenzioso, e nondimeno necessario a mantenere vivi il cuore e la storia del luogo che si tramandano da quattro secoli attraverso le carte custodite nell’archivio storico. 

A guidare questo processo è la cura che i conservatori della Fondazione e i restauratori a cui essa si affida pongono alla base del loro operato, sia in ambito archivistico che – come abbiamo visto lo scorso anno con il restauro della facciata della Chiesa San Carlo – in ambito architettonico. Di recente, sono anche stati restaurati lo scalone e un paliotto d’altare seicentesco appartenenti al Patrimonio della Fondazione Collegio San Carlo. 

La cura è un concetto apparentemente di immediata comprensione ma che richiede, forse, di fermarsi un attimo a pensare: cosa vuol dire avere cura? Di che cosa possiamo prenderci cura, relativamente alla storia e al patrimonio da essa tramandatoci? 

La cura è un’attenzione instancabile per il passato, che si unisce al rispetto per le tracce che la storia ha lasciato sotto forma di documenti, e che sono giunte fino a noi solo grazie a un lavoro di conservazione e preservazione. 

Queste operazioni richiedono tempo e silenzio, poiché è competenza del restauratore anche sapere quando sospendere il lavoro, fermarsi, sapere quando tacere in modo da lasciar parlare il documento – per poi, in un secondo momento, affidarlo a chi lo digitalizza, a chi lo metadata dopo averlo studiato e successivamente lo consegna alla comunità. 

 

Garanzie scientifiche e metodologiche del lavoro di restauro 

Il metodo che la Fondazione Collegio San Carlo adopera per trattare e custodire i documenti di archivio è triplice: in primo luogo il restauro permette di ottenere un documento quanto più vicino possibile all’originale, senza però alterarlo o manometterlo. Questa fase preliminare viene svolta con assoluta trasparenza e professionalità, in accordo con la Soprintendenza, prima di consegnare il documento alla digitalizzazione. In secondo luogo, i documenti vengono scansionati e i file ottenuti vengono archiviati in un sistema sicuro e accessibile; i documenti originali vengono poi riposti in archivio dopo essere passati per la revisione e il controllo del restauratore. Per ultimo, a conclusione dell’iter, vengono creati degli strumenti di consultazione (metadati, piattaforme online, cataloghi, ecc.) a disposizione del pubblico. In questo modo le pagine dei volumi dell’archivio sono pronte per la pubblicazione e il patrimonio documentario va incontro alla sua diffusione e valorizzazione. 

In questo senso, il lavoro di restauro è una premessa per la digitalizzazione, che coinvolge la comunità – sia essa locale, regionale o internazionale – ma se ne differenzia per il contatto con le qualità fisiche del documento. Se da un lato un documento digitale acquista nuove possibilità di senso rispetto all’originale – per esempio attraverso i metadati che forniscono informazioni aggiuntive ampliandone l’uso e l’interpretazione – dall’altro lato, nel passaggio dal supporto fisico a quello digitale, si perde irrimediabilmente la concretezza del documento originario che esso conserva ed esprime nel suo essere oggetto vivo e vissuto.  

La cura del patrimonio archivistico è anche questo: il restauro non deve riportare il documento al suo stato originario, ma permettergli di riacquistare solidità pur confrontandosi con le pieghe sui fogli, le orecchie alle pagine, le copertine sgualcite, le sbavature di inchiostro e tutti gli altri inestimabili difetti che solo la materia può comunicare e raccontare con il suo silenzio, e che tengono vivo il documento raccontandone la storia e le peripezie.

Il restauratore: custode e interprete  

Risalire da queste imperfezioni ai gesti che le hanno prodotte, alle dita che hanno maneggiato i fogli, sfogliato le pagine, lasciato impronte, è insieme il compito e la dote del restauratore, e non è tale senza una dose di immaginazione ben radicata nella storia. Immaginare cosa potevano pensare, fare, provare i ragazzi del Collegio dei Nobili (nulla di troppo dissimile, forse, dai nostri collegiali che oggi percorrono quegli stessi corridoi) mentre tenevano fra le mani i fascicoli delle Accademie è un esercizio che intreccia il rigore della conoscenza del contesto storico e la libertà leggera dell’immaginazione. Per arrivare a questo grado di competenza è necessario saper vedere: chi si occupa di restauro sa cosa guardare, cosa aspettarsi, ma è anche capace di lasciarsi sorprendere dall’intuizione, in modo da restituire con più precisione e verosimiglianza possibile l’essenza e l’autenticità del documento. La materia è dunque una fonte di conoscenza insostituibile che viene indagata e mantenuta viva dalla perizia del restauratore. 

A sostegno della sensibilità storica e dell’intuizione interpretativa, è fondamentale per la figura del restauratore una formazione specifica che lo metta in possesso delle competenze e dei requisiti ottenuti attraverso lo studio e l’esperienza sul campo, atti a trattare il materiale di lavoro. Saper analizzare i materiali e individuare le tecniche, saper datare il documento e stimarne gli eventuali danni, sono abilità necessarie per procedere, in un secondo momento, all’intervento sul materiale cartaceo. L’azione dei nostri restauratori e delle nostre restauratrici, per quanto concerne i libretti rilegati, oggetto del restauro in corso, è visibile nei gesti per consolidare i possibili strappi, appianare le pagine, rinforzare le rilegature, migliorare la leggibilità del testo – senza mai spingersi oltre il ritocco per ripristinare l’aspetto e lo stato originale del documento. Così facendo, il restauratore consente a chi si occupa della digitalizzazione di agire in sicurezza e tranquillità sui documenti, senza temere di danneggiarli, e l’operatore informatico può quindi immortalarli tramite un’immagine caricata in uno spazio virtuale, non sottoposto al fluire del tempo. 

 

Il tempo della cura 

 È proprio il tempo che scorre, infatti, ciò da cui il restauratore può momentaneamente astrarsi, sospendendo il suo corso, per sprofondare in una durata fatta di istanti intensi e silenziosi, che danno forma alla cura e che non possono essere sostituiti o sovrascritti dal lavoro della digitalizzazione, il quale è esso stesso reso possibile e agevolato dalle operazioni dei restauratori sul materiale fisico. 

In questo intreccio tra manualità e tecnologia, la memoria si rigenera e trova nuove forme di vita. Ogni documento che oggi consultiamo online è il frutto di un lavoro che inizia molto prima della sua comparsa su uno schermo, in silenzio, tra le mani di chi lo custodisce e lo prepara per il futuro, e ha attraversato un percorso invisibile di mani esperte, scelte consapevoli e attenzione costante. Senza questo lavoro, nessuna storia potrebbe essere accessibile. 

Quando accedete a un documento digitalizzato, ricordate: dietro ogni pixel c’è un gesto di cura.

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Pubblicata da: Biblioteca il 03-09-2025