Antisemitismo e cattolicesimo


Il volume raccoglie quattro saggi pubblicati da Giovanni Miccoli negli ultimi due decenni: i primi tre sono dedicati ai diversi aspetti dell’antisemitismo della Chiesa Cattolica tra Ottocento e Novecento, il quarto approfondisce il tema del valore civile della ricerca storica discutendo l’impegno di Pierre Vidal-Naquet contro il negazionismo. I saggi sull’antisemitismo otto-novecentesco presentano ricerche storiche che si fermano alle soglie della Seconda guerra mondiale e che non affrontano direttamente l’atteggiamento della Chiesa di fronte alla Shoah (a cui Miccoli ha già dedicato I dilemmi e i silenzi di Pio XII. Vaticano, Seconda guerra mondiale e Shoah, Milano, Rizzoli, 2007), ricostruendo invece temi e pratiche dell’antisemitismo cattolico fino alla promulgazione delle leggi razziali in Italia. La convinzione di Miccoli è che tali ricerche svolgano un ruolo di grande importanza in ragione del fatto che consentono di fare luce su contesti e vicende storiche che non possono essere considerati separatamente. Infatti, sebbene non sia in alcun modo possibile considerare la radicalizzazione nazista dell’antisemitismo e la pianificazione dello sterminio degli ebrei come una diretta conseguenza dell’antisemitismo ottocentesco legato alla tradizione cattolica, è altresì innegabile che proprio l’antisemitismo cattolico ottocentesco ne rappresenti una premessa necessaria. Nelle parole dello stesso Miccoli: «Non è dunque a responsabilità soggettive, a volontà consapevoli, che ci si intende riferire; ma a situazioni e condizioni oggettive, a premesse di fatto, che non portavano necessariamente alla Shoah (pur essendo grevi anch’esse, impossibile dimenticarlo, di una carica di discriminazione e persecuzione), ma senza le quali peraltro tanto le misure persecutorie via via emanate quanto la stessa Shoah non sarebbero state possibili. Si tratta insomma di una sorta di catena, in cui ogni anello successivo richiama il precedente, senza però che il precedente imponga necessariamente quello successivo» (p. 12). Per questo motivo occorre ripensare la distinzione e la relazione tra i due antisemitismi ottocenteschi che, nel volgere del secolo, trovano specifica espressione politica: un antisemitismo razziale e nazionalistico (sostanzialmente a-religioso, se non anti-religioso) di cui punta estrema saranno il nazismo e la Shoah; un antisemitismo tradizionale cristiano che non condanna un intero popolo in quanto tale, ma che ne vuole condannare le azioni specifiche, non pretendendone la distruzione, bensì ritenendone sempre possibile la redenzione attraverso la conversione. L’antisemitismo cristiano rappresenta dunque un fertile retroterra culturale che impedisce di riconoscere immediatamente il pericolo rappresentato dall’antisemitismo razziale, i cui esiti drammatici però «non possono essere valutati soltanto in quello che è stato l’enorme numero delle sue vittime (…). Le caratteristiche e le prospettive di quel programma impongono infatti di domandarsi anche se e in quale misura esso non sia riuscito a colpire più largamente e nel profondo, insinuando come un segreto veleno nella mentalità collettiva (e dunque nelle prassi accettate) brandelli, frammenti, suggestioni di quei criteri di azione e di comportamento che erano stati i suoi» così da poter in qualche modo "misurare" l’onda lunga delle ferite e dei guasti da esso prodotti «sui caratteri, gli orientamenti e la consistenza complessiva della nostra vita civile» (p. 8).

Dati aggiuntivi

Autore
Anno pubblicazione 2013
Recensito da
Anno recensione 2013
ISBN 9788837224899
Comune Brescia
Pagine 432
Editore