Capitalismo e modernità – Fondazione Collegio San Carlo

Capitalismo e modernità

Il grande dibattito


Con questo saggio Goody prosegue e approfondisce alcuni elementi di riflessione comparativa affrontati nel precedente Islam ed Europa (Milano 2004). In quell’occasione infatti aveva fornito le prove di un proficuo scambio culturale ed economico tra due realtà sociali e religiose spesso ritenute in conflitto e soprattutto operanti su livelli non comparabili. In queste pagine il suo obiettivo è di analizzare il pregiudizio eurocentrico che vuole il nostro continente come depositario della nascita della cultura mercantile e del primato scientifico-tecnologico che ha permesso l’espansione del capitalismo. La vita moderna è caratterizzata dall’interscambio di beni, servizi e idee, cioè dallo sviluppo a lungo termine delle culture mercantili (un termine da usarsi in relazione a culture prevalentemente urbane, sostenute da una borghesia colta) in una continua alternanza dell’egemonia tra le diverse aree geografiche. Non è però corretto affermare – sostiene Goody – che le condizioni per lo sviluppo del capitalismo fossero presenti soltanto nel mondo occidentale. Agli storici eurocentrici sfugge infatti l’esistenza di “rivoluzioni” commerciali promosse da mercanti e professionisti in altre aree del mondo avanzate sul piano mercantile. Solo attraverso uno sguardo sinottico e comparativo è dunque possibile comprendere differenze e similitudini tra le diverse forme di sviluppo delle differenti aree. Una prima “rivoluzione” commerciale è già riscontrabile nel Vicino Oriente, all’epoca in cui gli arabi scoprirono la cultura greca: infatti, per tutto il Medioevo, le conoscenze agricole e commerciali degli arabi erano molto sviluppate. In Cina è possibile assistere a una produzione industriale della carta, della ceramica e della lacca già a partire dal XIII secolo, grazie alla definizione di proprietà sistemiche tipiche della nostra rivoluzione industriale: divisione del lavoro, controllo della qualità, standardizzazione. In Europa, dunque, fu soprattutto l’aumento delle ricchezze commerciali e degli scambi monetari a porre fine al feudalesimo, fattori che permisero anche lo scambio di informazioni sulle tecniche produttive. Tuttavia, la ragione diretta della rivoluzione industriale – che solleva il problema relativo alla produzione, più che al consumo – non risiede nella messa a punto di macchine in grado di competere nella produzione (un fattore che è riscontrabile nell’impulso scientifico e tecnologico della fase precedente l’espansione borghese), ma consiste nel tentativo di misurarsi con le importazioni dei prodotti orientali, il cui sviluppo fu favorito dall’accesso degli europei alle materie prime per mezzo della conquista e della colonizzazione.

Dati aggiuntivi

Autore
  • Jack Goody

    Professore emerito di Antropologia sociale - Università di Cambridge (UK)

Anno pubblicazione 2005
Recensito da
Anno recensione 2006
Comune Milano
Pagine XII + 225
Editore