Cristianesimo e Shoà


Da diversi anni Massimo Giuliani, docente di filosofia e studi ebraici presso la George Mason University (Washington DC), sta conducendo un’approfondita ricerca sul senso della cesura rappresentata dalla Shoà per la cultura contemporanea: basterebbe ricordare i suoi precedenti Il coltello smussato e altre ricerche (IPL 1993) e Auschwitz nel pensiero ebraico. Frammenti dalle “teologie dell’Olocausto” (Morcelliana 1998). Ora, a compimento di quei lavori, egli ha raccolto una serie di personali riflessioni sulle relazioni fra cristianesimo e Shoà, lungo due traiettorie: la prima, presentando il modo in cui la teologia cattolica e protestante ha pensato quel momento di frattura epocale, la seconda, rivedendo i fondamenti stessi del rapporto fra ebraismo e cristianesimo a partire da esso. Secondo l’autore, per i cristiani la Shoà costituirebbe non solo uno spartiacque, ma anche un’autentica crisi: tenendo conto che nel linguaggio biblico la crisi è sempre connessa con il rischio dell’idolatria, Auschwitz sintetizza l’esito finale di ogni idolatria. Meglio ancora: se Auschwitz, per l’autocoscienza cristiana alla fine del secondo millennio, è stata la rivelazione del proprio peccato verso Dio e verso Israele, il problema teologico per la chiesa non è la Shoà in se stessa, ma “attraverso la Shoà” la riscoperta di Israele e della propria dimensione storica. Ecco allora l’analisi di alcune voci cristiane sulla Shoà e di Israele, in prospettiva ecumenica, fra cui si stagliano quella di J.B. Metz, per il quale “la teologia sarà per sempre davanti ad Auschwitz”, quella di Gregory Baum, che discute “perché e come ripensare il dogma cattolico dopo Auschwitz”, e quella di Martin Cunz che – sulle orme di Bonhoeffer – legge la Shoà come vera e propria “bancarotta del battesimo”. L’ultimo capitolo è dedicato ad un interrogativo paradossale ma non troppo (“Cristianesimo e giudaismo: un’aporia?”), che conduce Giuliani a constatare che “la diversità e la parzialità di ciascuna tradizione costringe ad ammettere che nessuna religione – e nessuna rivelazione storica – può esprimere pienamente la verità in se stessa, nè la sua unità, nè la sua integrità”: “ma a tale verità, e unità, ed integrità, ogni religione può alludere, attraverso il riconoscimento dell’altra”. È questa, del resto, conclude l’autore, l’intuizione meta-storica che Franz Rosenzweig ha elaborato nella sua Stella della redenzione, scritta al fronte della prima guerra mondiale. Completa il testo un’ottima rassegna bibliografica, che prende le mosse dall”antigiudaismo teologico e dalle radici cristiane dell’antisemitismo per giungere alla riscoperta cristiana del giudaismo dopo la Shoà.

Dati aggiuntivi

Autore
Anno pubblicazione 2000
Recensito da
  • Brunetto Salvarani

    Professore di Teologia della missione e del dialogo - Facoltà Teologica dell'Emilia Romagna, Bologna

Anno recensione 2002
Comune Brescia
Pagine 162
Editore