Forme e figure del male. ''Dopo'' la Teodicea – Fondazione Collegio San Carlo

Forme e figure del male. ''Dopo'' la Teodicea


Da quando Leibniz ha portato a compimento, nella sua Teodicea, la millenaria riflessione filosofico-teologica sulla giustificazione di Dio davanti ai mali del mondo, la teodicea paradossalmente è entrata in crisi. Di questa crisi, ma soprattutto del suo superamento, vuol dare testimonianza questo numero monografico della rivista Filosofia e Teologia. L’uomo si è ripetutamente interrogato circa l’origine, l’essenza e le ragioni del male, trovando per lungo tempo la risposta più esauriente nell’orizzonte mitico-religioso: dal mito greco di Dioniso fatto a pezzi dai Titani, per spiegare la nascita degli uomini e l’origine della colpa (G. Scalera, L’antica natura titanica. Variazioni sul mito greco della colpa.), alla ricca, variegata testimonianza biblica delle ‘figure’ di Adamo, Caino, Giobbe e Satana (C. Greco, Per una fenomenologia biblico-teologica del male). E’ con il primo cristianesimo che tutto il discorso biblico diventa oggetto di appassionata indagine teologica. In un saggio per la rivista “Humanitas”, n. 3, giugno1995 (Teologie del male nel cristianesimo antico), G. Filoramo esplora le molteplici risposte che al problema del male sono state date dagli gnostici fino ad Agostino. Su un terreno ormai forgiato dal Nuovo Testamento, si innesta il contributo del pensiero ellenistico, in particolare del neoplatonismo che fornirà ai Padri della chiesa prima e ad Agostino poi gli strumenti concettuali per una risposta razionalmente soddisfacente al problema del male. L’eredità dei primi secoli e di Agostino in particolare sarà al centro della riflessione teologica dei padri della Riforma, Lutero e Calvino (S. Rostagno, Natura male creazione nella prospettiva della Riforma). Il filo rosso che tiene unite le risposte fin qui date e la giustificazione di Dio e l’imputazione del male all’uomo e alla sua libertà. Ma è in età moderna che questo asserto viene radicalmente contestato da Pascal e da Kant, da Kierkegaard e da Dostoevskij. Nei saggi di M. Adinolfi (L’abisso del sublime. Il male in Pascal e in Kant) e di C. Ciancio (Il male e il tragico) il male appare come un fatto irriducibile, sia per la ragione (ancorché morale), che per la fede (ancorché cristiana). La fede infatti non supera la contraddizione del male: “essa si limita a tenerla insieme, poiché non può rinunciare a nessuno dei contrari” (Ciancio). Qui sta anche lo scarto essenziale tra tragico greco e tragico cristiano. Ormai la consapevolezza è che il male è un problema che coinvolge “anche” Dio: bisogna collocarlo all’interno della vita trinitaria (V. Vitiello, Origine del male. Mysterium trinitatis) per vederlo come rottura della potenza e dell’amore divino (G. Charot, Il male. Rottura originaria tra l’amore e la potenza dell’atto creatore).

Dati aggiuntivi

Anno pubblicazione 1995
Recensito da
Anno recensione 1996
Editore