Forza di legge – Fondazione Collegio San Carlo

Forza di legge

Il fondamento mistico dell'autorità


Che differenza esiste tra la forza giusta, o comunque giudicata legittima, e la violenza che giudichiamo ingiusta? È mai possibile dire: un’azione è non solo legale, ma giusta? E ancora: si può affermare “un tale è giusto”, “una decisione è giusta?”. Queste alcune delle domande che percorrono il testo di Derrida, suddiviso in due parti, in cui l’Autore si confronta ancora una volta con concetti problematici ed attuali quali decisione, responsabilità, libertà, tirannia, democrazia, rappresentazione, innestati sul filo rosso del problema della decostruzione e possibilità della giustizia, che conduce necessariamente verso aporie ineludibili. Prendendo le mosse dalla ricchezza semantica e dalla difficoltà di traduzione della parola tedesca Gewalt (che indica, ad un tempo, sia la violenza sia il potere legittimo), Derrida propone un percorso che consente di ripensare il rapporto che la violenza, o la forza, intrattiene con la giustizia, arrivando a dimostrare l’impossibilità di tematizzare e oggettivare la giustizia stessa, senza tradirne intimamente l’essenza, se non il diritto. E sul rapporto tra giustizia e diritto, passando attraverso Pascal, il filosofo francese chiarisce che la giustizia come diritto non è giustizia: le leggi non sono giuste in quanto leggi, non si obbedisce loro in quanto giuste, ma perché hanno autorità, ovvero portano con sé una forza (una violenza), identificabile proprio con quello che Montaigne indicò come il «fondamento mistico dell’autorità». La seconda sezione del testo è dedicata all’analisi di Zur Kritik der Gewalt (1921) di Benjamin, testo inquieto, enigmatico, ma nello stesso tempo ipercritico e mistico nel senso di sovradeterminato. Seguendo una traiettoria disorientante attraverso gli opposti concetti di decidibile e indecidibile, giudizio teorico e azione rivoluzionaria, Derrida approfondisce la distinzione tra le due contraddittorie violenze del diritto, quella fondatrice e quella conservatrice, presenti all’interno di un diritto mitologico a sua volta opposto alla giusta violenza divina. Sempre mediante la logica decostruttiva che caratterizza il modus operandi del filosofo francese, egli non manca di contestualizzare il ragionamento benjaminiano nella crisi del modello europeo della democrazia borghese, e dunque nella crisi del concetto di diritto che è a questa legato. Soprattutto, l’analisi di Derrida si concentra sui problemi che questo testo solleva in chiusura, riferendosi alla violenza divina, che è insegna e sigillo, mai strumento di sacra esecuzione, la quale può essere chiamata sovrana: «Ma si saprà mai chi firma la violenza? Non è Dio, il Tutt’altro? Come sempre, non è l’altro che firma?» (p. 92).

Dati aggiuntivi

Autore
Anno pubblicazione 2003
Recensito da
Anno recensione 2003
Comune Torino
Pagine 143
Editore