Grammatiche della creazione


«Non abbiamo più inizi – sancisce Steiner all’inizio della sua opera – […] una stanchezza profonda caratterizza lo spirito della nostra epoca» (pp. 7-8). Sembra che nel tardo pomeriggio ontologico della civiltà occidentale le forze del pensiero siano orientate unicamente a contemplarne il tramonto. Eppure, accanto al venir meno della speranza è indubbio che l’Occidente sia al tempo stesso profondamente affascinato dal mistero delle origini. Notevoli e centrali manifestazioni della nostra cultura collocano infatti al centro dei propri interessi il concetto di “creazione”, tentando in tal modo di confrontarsi con la ricorrente domanda radicale, che nella formulazione canonica di Leibniz suona «perché non c’è il nulla?» (p. 20). Teologia, filosofia, arte, musica e letteratura sono essenzialmente strutturate intorno alla medesima essenza poietica e creativa, sebbene l’indagine condotta da Steiner metta in luce come «l’armatura della poiesis» sia stata, in larga misura, teologica: «c’è un impegno esplicito con la trascendenza in un Eschilo, in un Dante, in un Bach o in un Dostoevskij» (p. 307) e nelle loro grammatiche della creazione. Tuttavia, lungo il cammino dell’Occidente la creazione poetico-filosofico-artistica si incontra e si misura di frequente con il concetto di invenzione, atteggiamento caratteristico delle scienze fisico-matematiche e tecniche. Ne nascono una serrata dialettica ed un’interrogazione volte a reperire la peculiarità del creare umano rispetto alla capacità inventiva: l’azione poietica, sebbene radicata storicamente, rivendicherebbe una «creazione primaria» (p. 161) in grado di oltrepassare il mero carattere transitorio del tempo; laddove, al contrario, l’invenzione, dovendo rispondere a bisogni specifici e a possibilità pratiche, è «interessata» ed «utile» (p. 169). Che però tra i due concetti si sia venuta a creare anche una relazione di ambiguità e sovrapposizione, lo si evince da quanto Steiner, in relazione alla situazione contemporanea, si domanda: «quella verità maggiore delle arti» è ancora al sicuro? La poiesis ha un suo «futuro classico» (p. 238)? Il pericolo infatti proverrebbe dal profondo mutamento generato dal diffondersi della tecnica, la quale si sarebbe insinuata nel cuore stesso della cultura occidentale alterando i rapporti tra creatività ed invenzione: «l’arte non può più rivaleggiare con la technē dell’ingegnere. L’invenzione è identificata come la modalità primaria della creazione del mondo moderno» (p. 301). Dinanzi al pericolo di esautoramento della creatività (cui contribuirebbero in certa misura proprio artisti contemporanei, quali Duchamp, Schwitters e Tinguely), Steiner auspica al contrario un recupero di tale feconda dimensione metafisica.

Dati aggiuntivi

Autore
Anno pubblicazione 2003
Recensito da
Anno recensione 2004
Comune Milano
Pagine 319
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