Il tempo che resta – Fondazione Collegio San Carlo

Il tempo che resta


“Paolo, schiavo del messia Gesù, chiamato cristiano separato per la buona notizia di Dio”: queste dieci parole del primo versetto della Lettera ai Romani sono l’oggetto del volume di Giorgio Agamben, per il quale la Lettera di Paolo costituisce il testo messianico fondamentale per l’Occidente. Ciò che interessa l’apostolo, scrive Agamben, non è l’istante in cui il tempo finisce, ma il tempo che si contrae e comincia a finire; non la fine del tempo, ma il tempo della fine, “il tempo che resta” tra il tempo e la sua fine. È questa una delle questioni centrali del volume, in cui si insiste sulla necessità di correggere l’equivoco che pretende di appiattire il tempo messianico su quello escatologico. Il tempo messianico è il tempo operativo che lavora dall’interno il tempo cronologico, che ci serve per far finire il tempo: appunto il tempo che ci resta. Paolo, nel primo versetto della Lettera, si definisce “separato” e “chiamato”, introducendo una nozione che, se da un lato sembra contrastare con l’universalismo di cui Paolo è un assertore, dall’altro obbliga a ripensare la questione dell’universale e del particolare. Per Paolo l’universale non è un principio trascendente dal quale guardare le differenze, ma un’operazione che rende inoperanti le stesse divisioni nominalistiche. Al fondo dell’ebreo o del greco non c’è l’uomo universale, ma soltanto l’impossibilità di coincidere con se stessi. E’ questo concetto profetico-messianico che dà il senso della divisione: per Paolo il resto non è più, come nei profeti, un concetto che riguarda il futuro, ma un’esperienza presente. Ed è per questo che la struttura temporale implicita nell’evanghelion si riferisce a un fatto presente. Ciò che viene annunciato – che non può essere separato dal significato del termine pistis e dalla parousìa che implica – è la stessa fede che realizza la potenza dell’annuncio. L’evangelo non è semplicemente un discorso, un logos, ma nasce dalla fede di chi lo proferisce e di chi lo ascolta. In Paolo si stabilisce una intima relazione tra legge e fede: la legge messianica è la legge della fede e non semplicemente la negazione delle leggi stesse. Contrapponendo i due termini, egli fa giocare tra loro due figure (la promessa e il comandamento) all’interno del diritto. In tal modo il potere costituente si pone di contro ai poteri costituiti. Questa scissione – che, sottolinea l’autore, è evidente nel nostro tempo – ha il suo fondamento teologico nella scissione tra la fedeltà personale e l’obbligazione positiva che ne deriva: da essa emerge lo spazio della gratuità, propria della grazia che conduce alla salvezza.

Dati aggiuntivi

Autore
Anno pubblicazione 2000
Recensito da
Anno recensione 2000
Comune Torino
Pagine 178
Editore