Immanenza metodica e trascendenza regolativa


Il percorso qui proposto da Rigobello prende avvio dalla discussione intorno alla tesi sartriana della filosofia come “totalizzazione del sapere, metodo, idea regolativa, arma offensiva, comunità di linguaggio” (Critica della ragione dialettica) e pertanto come impegno etico-politico coinvolgente il singolo in un’esperienza di gruppo e in un’esperienza di assolutezza, destinata tuttavia allo scacco. Lungi dal concordare con la declinazione in senso immanentistico della prospettiva sartriana, Rigobello ritiene che il centro focale di tale questione, che investe la stessa struttura antropologica, consista “nel modo di intendere l’idea regolativa e quindi la conseguente questione del rapporto immanenza-trascendenza” (p. 11). Lo studio della condizione umana non può prescindere, afferma Rigobello, dall’individuazione di una “passione di immanenza”, a partire dai cui insuperabili ed oggettivi limiti esistenziali – la percezione dei quali dà origine alla dinamica sinergica tra conoscenza e azione – può comunque metodicamente avviarsi un percorso di analisi “che si apre all’avvertimento di una eccedenza di senso” (p. 65), vale a dire di una idealità regolativa di cui occorre riconoscere il carattere di assolutezza e la rilevanza ontologica e metafisica.
Facendo costante riferimento al pensiero kantiano, ma cercando anche di oltrepassarne l’unilateralità e l’astrattezza, Rigobello intende dimostrare come i concetti di immanenza e trascendenza, così come pure entrambe le funzioni, costituente e regolativa, tendano a perdere la contrapposizione loro comunemente attribuita. Attraverso l’unificazione (per esprimere la quale si utilizza il kantiano Verbindung) di queste due ultime funzioni si intende giungere all’individuazione dell’autentica condizione umana, che si configura nei termini di un’ermeneutica “capace di spiegare chi sia quest’uomo che non può prescindere dal porsi in situazione prospettica di fronte al dato e quale implicita ontologia si celi nella sua insuperabile condizione ermeneutica. L’atto ermeneutico […] rinvia infatti a una comune condizione ontologica (homo hermeneuticus)” (p. 63), di cui non si nasconde il duplice vantaggio: da un lato, infatti, non se ne esclude il passaggio al livello metafisico, passaggio implicito, sebbene latente e non portato a compimento; dall’altro lato, non se ne ignora l’implicazione pratica e psicologica, per cui ogni atto ermeneutico comporta sempre il rischio responsabile della scelta.

Dati aggiuntivi

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Anno pubblicazione 2004
Recensito da
Anno recensione 2004
Comune Roma-Bari
Pagine 92
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