La città dei ricchi e la città dei poveri – Fondazione Collegio San Carlo

La città dei ricchi e la città dei poveri


Filosofo anarchico, docente ospite nell”anno accademico 1995-96 della London School of Economics, Colin Ward offre in queste “letture” uno sguardo appassionato e convinto della parabola delle esperienze di autoassistenza nel campo della politica del territorio e dell”urbanistica. Egli lamenta che la tradizione della vasta rete di iniziative sociali basate sul mutuo soccorso, viva in Gran Bretagna nel XIX secolo, si sia progressivamente inaridita anche perché di ostacolo al principio dell””universalismo statale”: offrire a tutti i cittadini servizi uguali. In realtà, lo si vede in tutto il mondo occidentale, ciò non si è realizzato e gli standard nella fornitura di servizi si sono fortemente differenziati. Ward sostiene che l”universalismo è irrealizzabile in società enormemente divise in termini di reddito e di possibilità occupazionali. Ne è conseguito un rafforzamento della spinta localistica e volontaristica e una diminuzione di senso civico a favore del potere dello Stato. L”edificio ufficiale del welfare è diventato semplicemente una rete di sicurezza per il cittadino povero che non può permettersi niente di meglio e che non ha avuto nessun concreto miglioramento nonostante decenni di politica redistributiva. Tracciando una breve storia degli insediamenti nelle terre comuni e dell’occupazione abusiva di terreni liberi, l”autore deplora anche la degenerazione di quello spirito pubblico che aveva consentito alle autorità locali di giungere ad accordi con gli occupanti, i quali oggi sono invece criminalizzati in nome di una presunta democrazia della proprietà. Il sistema di pianificazione del territorio, non la proprietà individuale, impedisce alla gente comune di riprendersi la terra: deve esistere un punto d”incontro, si augura Ward, tra l’ideologia dell””altrove, non nel mio giardino” e le esigenze fondamentali delle persone escluse dall”economia d”impresa. Questa speranza viene ostacolata dallo sviluppo di un”ideologia secondo la quale il mercato e l”impresa privata sono i soli in grado di risolvere tutti i problemi dell”uomo, mentre il servizio pubblico è dissipatore di risorse. Ciò pone un freno allo sviluppo di una coscienza responsabile nei confronti della disponibilità delle risorse e di un atteggiamento ecologicamente valido. Riprendendo un”intuizione di Martin Buber, l”autore conclude constatando che il predominio del principio del potere, della gerarchia e del dominio, sul principio sociale dell”associazione spontanea per le esigenze comuni, provoca una diminuzione della volontà di svolgere un ruolo attivo nella comunità.

Dati aggiuntivi

Autore
Anno pubblicazione 1998
Recensito da
Anno recensione 1999
Comune Roma
Pagine 124
Editore