La teologia degli arabi – Fondazione Collegio San Carlo

La teologia degli arabi


I secoli XII e XIII furono secoli caratterizzati da un rapporto conflittuale tra l’occidente cristiano e il mondo arabo-islamico: lo testimoniano le crociate, con il loro carico di inaudita violenza nei confronti degli infedeli, ritenuti da molti creature prive di razionalità. Non mancò tuttavia un primo tentativo, pur animato da intenti apologetici, di comprendere l’Islam come una religione a se stante e non come un’eresia cristiana, intrapreso da parte dell’abate di Cluny, Pietro il Venerabile, che commissionò in Spagna una prima parziale traduzione latina del Corano. Autori come Adelardo di Bath e lo stesso Pietro Abelardo dimostrano, a metà del XII sec., incondizionata ammirazione per la “sapienza dei Gentili” evidente in campo medico, algebrico, astronomico e anche “morale”.
Il pensiero filosofico arabo-islamico ha contribuito in misura decisiva, a partire dalle traduzioni toledane dall’arabo in latino del XII sec. ad opera di Domenico Gundisalvi, Gerardo da Cremona e Ibn Daud, di scritti aristotelici, avicenniani e neo-platonici (come il Liber de causis), a modificare e plasmare l’orizzonte speculativo del medioevo latino nei due secoli successivi in forma inusitata, almeno sino alla irreversibile rivoluzione operata in campo filosofico da Guglielmo di Ockham. Ai latini restò tuttavia preclusa quasi del tutto, anche per evidenti ragio-ni di autocensura, la conoscenza della “teologia islamica” (Kalam), una ricca tradizione di pensiero nel cui ambito erano stati dibattuti tutti i problemi cui si troverà confrontata la scolastica tomasiana, con l’eccezione della cristologia e della dottrina trinitaria: l’onnipotenza di Dio e la libertà dell’uomo, la creazione, la dottrina degli attributi riferibili all’essenza divina.
Jean Jolivet distingue con attenzione tre fasi dell’influenza di Avicenna ed Averroè nel mondo latino nel XIII sec. L’influenza della poetica (dottrina dell’anima e dell’intelletto), della cosmologia e dell’ontologia avicenniana, al tempo della giovinezza di Tommaso, fu dovuta all’impianto neo-platonico e gerarchico del suo pensiero, che lo rendeva bene accetto agli occhi dei discepoli di Agostino, dello Pseudo-Dionigi e di Giovanni Scoto Eriugena. In seguito sarebbe divenuta dominante l’influenza della filosofia averroista, ritenuta più vicina all’originale lezione aristotelica in campo fisico e psicologico: con Enrico di Gand, infine, l’avicennismo avrebbe conosciuto ancora una breve fortuna a cui fece seguito una rapida eclisse, sintomo dell’assimilazione ormai compiuta delle fonti islamiche.

Dati aggiuntivi

Autore
Anno pubblicazione 2001
Recensito da
Anno recensione 2002
Comune Milano
Pagine 116
Editore