L'invenzione della libertà di stampa. Censura e scrittori nel Settecento – Fondazione Collegio San Carlo

L'invenzione della libertà di stampa. Censura e scrittori nel Settecento


Sviluppando una riflessione iniziata in due precedenti lavori dedicati all’Illuminismo, nel suo ultimo volume Edoardo Tortarolo si concentra sul ruolo decisivo svolto dalla censura, e più in generale dalle pratiche di controllo intellettuale, nella costruzione dell’Europa del XVIII secolo. A livello metodologico l’autore mostra anzitutto come i due principali paradigmi di cui ci si serve per lo studio dell’elusivo fenomeno della censura siano fondamentalmente inadatti per comprendere il periodo in esame. Secondo il primo di questi modelli, quello esternalista, che ha conosciuto una delle sue più compiute formulazioni nel saggio di Leo Strauss Persecution and the Art of Writing, il rapporto tra censori e scrittori nel corso della storia sarebbe sempre interpretabile in termini tragicamente antagonistici. Al fine di sfuggire alle maglie della censura, agli autori non sarebbe rimasta altra strada che celare le loro vere intenzioni tra le righe del testo, consentendo così soltanto a una élite di lettori di poter accedere al significato autentico dell’opera. L’approccio esternalista, portato alle sue estreme conseguenze, ha finito con l’enfatizzare oltre misura la distanza tra i due ruoli (del censore e dell’autore), sopravvalutando la lucidità operativa dei censori e giungendo a interpretare la storia europea in chiave teleologica, ovvero come un accidentato ma costante percorso verso la conquista di una piena libertà di stampa.
Negli ultimi trent’anni sembra essersi imposto un modello differente, «New Censorship», i cui sostenitori ritengono, in aperto contrasto con il precedente paradigma, che la censura sia un elemento connaturato al processo creativo stesso, nonché onnipervasivo della società. Concentrandosi sugli elementi strutturali e generali del fenomeno, la prospettiva internalista trascura il contesto storico e socio-politico relativo alla produzione del testo e sottovaluta l’importanza delle intenzioni e degli atteggiamenti individuali messi in campo di volta in volta, tanto dagli autori quanto dai censori. Tuttavia, sia la visione esternalista sia quella internalista rischiano di essere contraddette dalla realtà storica, come dimostra il complesso caso francese che, secondo Tortarolo, è per certi versi emblematico della situazione europea continentale.
Il sistema censorio d’oltralpe, quasi completamente libero da ingerenze ecclesiastiche, risultava caratterizzato da un’«ambiguità funzionale» alla quale si accompagnava una «libertà partecipata», ossia una responsabilizzazione forzata di cui erano investiti tutti gli attori sociali impegnati nel processo di produzione del libro (e che si contrapponeva alla «libertà assoluta» tipica della situazione inglese almeno dalla revoca del Licensing Act nel 1695, su cui pure l’autore si sofferma ampiamente). Al di là dei due estremi rappresentati dall’illegalità tipografica e dalla licenza editoriale, in Francia esisteva infatti un’ampia zona intermedia animata da compromessi e trattative, talvolta ai limiti dello scontro, tra le diverse istanze di cui si facevano portavoce i censori, gli stampatori e gli autori, in un equilibrio spesso precario. Mentre i censori reali sostenevano che la loro attività fosse indispensabile per garantire la pluralità delle opinioni e la stabilità delle istituzioni, molti philosophes vennero a patti, da parte loro, con le regole del sistema monarchico, o comunque non esclusero a priori la necessità di un controllo preventivo per evitare la pubblicazione di scritti diffamatori o superstiziosi, pur continuando a invocare una più ampia libertà d’espressione. Persino chi, come Montesquieu, elaborò argomenti convincenti a favore della libertà di stampa, si trovò poi, sul piano pratico, a dover agire con circospezione per sfuggire alla messa al bando delle proprie opere. E addirittura Rousseau arrivò a teorizzare l’utilità di una parziale autocensura.
Tuttavia, negli ultimi decenni del XVIII secolo, questo equilibrio iniziò a cedere sotto la spinta di un’idea di libertà di stampa intesa come «diritto assoluto». A determinare un simile mutamento di prospettiva contribuirono, nella ricostruzione proposta da Tortarolo, almeno tre fattori convergenti: il notevole ampliamento del mercato librario, la diffusione nel mondo intellettuale europeo di un nuovo concetto di libertà sancito dalle costituzioni delle colonie americane, infine lo sviluppo dell’opinione pubblica, grazie al quale il giudizio di una minoranza qualificata della popolazione arrivò di fatto a soppiantare il precedente sistema di controllo preventivo. La Rivoluzione francese e l’inserimento del principio riguardante la libertà di stampa nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino dell’agosto 1789 segnarono, seppure in modo convulso e poco lineare, la fine della censura preventiva. Se è vero che alla costituzionalizzazione di tale principio non seguì una sua concreta applicazione, è altrettanto indubitabile, conclude Tortarolo, che un particolare modello di controllo sulla stampa, basato sulla libertà partecipata, era ormai tramontato.

Dati aggiuntivi

Autore
Anno pubblicazione 2011
Recensito da
Anno recensione 2012
ISBN 9788843055784
Comune Roma
Pagine 224
Editore