Meglio non essere nati – Fondazione Collegio San Carlo

Meglio non essere nati

La condizione umana tra Eschilo e Nietzsche


Il volume traccia un originale itinerario concettuale che, prendendo le mosse dal cuore della sapienza greca, intende approdare alla valorizzazione di un elemento fondamentale della tradizione biblica:
l’esperienza del paradosso. Il punto di partenza di tale itinerario è un’attenta rilettura della sentenza di Sileno – che Curi ritiene essere un «compendio della saggezza popolare greca» – il quale rivela al re Mida quel che per gli uomini sarebbe meglio non sapere: «non esser nato, non essere, essere niente». Il senso della sentenza silenica viene cercato nella relazione di similitudine e differenza che intercorre tra le figure di Mida, Edipo e Prometeo. Come Mida, anche Edipo è condotto alla rovina dalla propria volontà di sapere quel che sarebbe stato meglio non sapere: entrambi sono esposti all’infelicità di conoscere la propria origine, accrescendo così il dolore connesso all’esistenza umana.
Ribellarsi a tale dolore è ciò che tenta di fare Prometeo, facendo dono agli uomini del fuoco, della techne, in ultima istanza dell’illusione di poter sfuggire all’umana limitatezza. Poiché la terribile punizione inflitta a Prometeo termina solo nel momento in cui egli apprende la necessità dell’amor mortis, per Curi il mondo greco – lungi dal chiudersi in un orizzonte di concluso pessimismo – ha affrontato il significato profondo della vita sulla scia del paradossale rapporto che essa intrattiene con il suo limite, ovvero con la morte. Alla luce di tale aporeticità, Curi sposta la sua attenzione su due figure cardine dell’Antico Testamento, Giobbe, colui che convoca Dio in giudizio affinchè renda ragione delle sofferenze umane, e Abramo, il cavaliere della fede. In questa ultima parte del percorso l’autore si lascia guidare dalle riflessioni di Kierkegaard sulla fede come rapporto assoluto con l’Assoluto.
Nell’ottica del filosofo danese Abramo è l’eroe della fede poiché, posto di fronte alla prova estrema del sacrificio del figlio, rimane capace di credere nella possibilità dell’assurdo oltre ogni logica dell’umana ragione: la fede è dunque consapevole opzione per il paradosso. Evitando accuratamente di stabilire uno stretto rapporto di anticipazione o contaminazione tra i due segmenti del suo percorso concettuale, Curi fornisce una nuova prospettiva per affrontare la secolare questione del rapporto tra fede e ragione, rilevando infine come non sussista alcuna relazione realmente avversativa tra il linguaggio filosofico del diaporéin del mondo greco e il linguaggio della fede, qualora quest’ultima venga ricondotta alla dimensione del paradosso.

Dati aggiuntivi

A cura di
  • Umberto Curi

    Professore emerito di Storia della filosofia - Università di Padova

Anno pubblicazione 2008
Recensito da
Anno recensione 2008
ISBN 9788833918402
Comune Torino
Pagine 292
Editore