Profetesse a giudizio. Donne, religione e potere in età moderna – Fondazione Collegio San Carlo

Profetesse a giudizio. Donne, religione e potere in età moderna


Tra il 1774 e il 1775, Valentano – una piccola comunità rurale della provincia del Patrimonio di San Pietro, non lontana da Viterbo – fu teatro di un processo inquisitoriale che ebbe una vasta eco sul territorio nazionale e persino in ambito europeo. La causa, giudicata da subito «rilevantissima», fu avviata per volontà di papa Clemente XIV e affidata all’abate Filippo Pacifici, sommista del tribunale del Sant’Uffizio. A seguirla con attenzione furono i membri della Congregazione De rebus extinctae Societatis Iesu, una commissione ristretta formata da cinque cardinali e presieduta da Andrea Corsini, il cui compito era gestire i beni della dismessa Compagnia. Proprio i gesuiti svolgono una funzione centrale in questa vicenda, che può essere interpretata come uno dei riflessi a livello locale che ebbe lo scioglimento dell’Ordine deciso da papa Ganganelli nel luglio 1773 con il breve Dominus ac Redemptor. Nel suo libro, che raccoglie e sviluppa ricerche decennali sul tema, Marina Caffiero ricostruisce meticolosamente le tappe e gli attori del processo, intrecciando costantemente diversi livelli di lettura: l’evoluzione delle forme di spiritualità, il funzionamento delle istituzioni ecclesiastiche, il rapporto tra religione e politica, l’attenzione alla dimensione sociale e soprattutto il ruolo delle donne.

Le principali imputate del processo, arrestate nel maggio 1774, erano diversissime tra loro per status e grado di istruzione. Da una parte, la laica Bernardina Renzi, una contadina semianalfabeta che saltuariamente eseguiva lavori di tessitura e mansioni di inserviente presso il suo confessore, l’arciprete Giuseppe Azzaloni, anch’egli coinvolto nel procedimento. Dall’altra parte, la religiosa Maria Teresa del Cuore di Gesù, nata Poli, una domenicana colta di estrazione urbana appartenente al monastero del Santissimo Rosario di Valentano, arrestata insieme al suo confessore, il passionista Clemente Majoli, e alla sua priora, Maria Angelica dello Spirito Santo. Differente fu la sorte a cui Renzi e Poli andarono incontro nel periodo della detenzione. Bernardina fu trasferita a Montefiascone, dapprima in una residenza vescovile, in seguito nel locale monastero delle salesiane del Divino Amore: la minaccia, più volte paventata, di sottoporla a un regime carcerario più duro, trasferendola a Roma, non fu mai eseguita. Per rispetto verso la sua condizione sociale, invece, Poli fu confinata nel suo monastero, insieme alla priora, imparentata con prelati di rilievo e il cui coinvolgimento nella vicenda fu fonte di scalpore e imbarazzo.

Secondo l’inquisitore, entrambe le donne avrebbero agito su istigazione o almeno con la complicità sia dei loro direttori spirituali, sia di un gruppo di gesuiti (nello specifico Antonio Venizza e Antonio Maria Coltraro, quest’ultimo autore di una biografia della fondatrice del monastero di Valentano, Maria Geltrude Salandri), i quali, dopo lo scioglimento della Compagnia avevano trovato rifugio dalla Sicilia proprio a Valentano. Compito dei confessori era trascrivere le rivelazioni confidate dalle due donne, che poi i gesuiti si impegnavano a diffondere anche per mezzo di una fitta rete di corrispondenti, alcuni dei quali vicini alla Curia romana. Ne scaturì una circolazione socialmente trasversale delle profezie. Per la loro pericolosità di sobillatori, i confessori e i gesuiti furono condotti a Castel Sant’Angelo, dove dal 1773 si trovava anche il fiorentino Lorenzo Ricci, generale dell’Ordine.

Le accuse rivolte a Renzi e Poli erano gravissime: simulata santità, quietismo, false visioni e false profezie. A preoccupare l’inquisitore erano soprattutto le potenziali minacce per l’ordine politico e religioso veicolate dalle profezie. Era stata predetta, infatti, la morte di quelli che erano ritenuti i più acerrimi nemici della Compagnia, ovvero Clemente XIV e i monarchi cattolici di Francia e di Spagna, ed era stata preannunciata la generale decadenza della Chiesa. Soltanto il reintegro della Compagnia, che sembrava poter essere incoraggiato dal re di Prussia, avrebbe permesso il pieno ristabilimento della fede cattolica. L’apparente avverarsi di alcune di queste profezie – in effetti, papa Ganganelli morì alla fine del settembre 1774 e subito iniziarono a circolare voci di un suo presunto avvelenamento – alimentò il timore che le accusate fossero le pedine di una più vasta congiura antipapale, ordita segretamente dai gesuiti e tesa a sollevare le classi popolari. I mesi in cui si tenne il processo – interrotto per il conclave che portò all’elezione di Pio VI alla metà di febbraio del 1775 – furono dominati da quelle che Marc Bloch avrebbe definito fausses nouvelles e da un profluvio di opuscoli e libelli, ora di matrice filogesuitica, ora riconducibili alla fazione antigesuitica, non di rado investiti di toni profetici e apocalittici. Tra questi, una particolare diffusione ebbe il falso documento di ritrattazione del breve Dominus ac Redemptor, che Clemente XIV avrebbe composto poco prima della sua morte, vinto dai rimorsi per la sua decisione.

Il tribunale del Sant’Uffizio si mostrò mite nei confronti di Maria Teresa del Cuore di Gesù e più severo verso Bernardina, descritta dall’inquisitore come una donna «assai scaltra, e Maestra nell’arte di fingere» e per questo sottoposta a lunghi e penosi interrogatori. Stando ai documenti processuali, Bernardina non sapeva scrivere, ma era in grado di leggere. Era capace, inoltre, di esprimersi in modo corretto, di analizzare con lucidità le proprie esperienze estatiche e di descriverle anche facendo riferimento agli stilemi della letteratura mistica e agiografica femminile, con la quale doveva aver acquisito una discreta familiarità per via diretta e indiretta: i suoi modelli erano Teresa d’Ávila, Maria Maddalena de’ Pazzi e Caterina da Siena. Nel processo, molti fattori giocarono a suo svantaggio: la mancanza di inquadramenti istituzionali (vanamente aveva tentato la via della monacazione e dell’ingresso nella congregazione laicale delle Maestre Pie), il suo stato di precarietà economica, la sua marginalità sociale e insieme la sua costante ricerca di indipendenza. Originaria di Gradoli, alla morte dei genitori, avvenuta quando era ancora una bambina, Bernardina era stata allevata a Valentano da una cugina nubile, e anch’ella non si era mai sposata. Su questa donna “sola”, sprovvista della protezione derivante dalle relazioni familiari, la comunità aveva maturato opinioni opposte: vi era chi credeva nelle sue doti carismatiche e chi invece le considerava il frutto di un’impostura, attribuendo a Bernardina quei tratti che in un passato recente sarebbero stati considerati tipici delle donne accusate di stregoneria e di contatti col demonio. Tale pessima reputazione era condivisa non soltanto dalle famiglie notabili della città, ma anche da persone di più umile estrazione, alle quali lo stile di vita di Bernardina appariva troppo «liberale».

Secondo molti testimoni, infatti, Bernardina era una donna risentita, tracotante e facile alle liti. Si intratteneva volentieri in conversazioni e discorsi che non vertevano su questioni religiose o spirituali, si comunicava spesso senza prima confessarsi e si abbigliava in maniera poco decorosa per entrare in Chiesa e presentarsi al cospetto del Santissimo Sacramento («in maniche di camicia» e indossando «una vestarella»). Esibiva quindi una condotta ben lontana da quei valori del riserbo, dell’umiltà e della prudenza che caratterizzavano i modelli di santità del tempo. Poiché niente sembrava distinguerla dalle «altre [donne] del suo ceto», come affermò uno dei testimoni, la sua santità non poteva che essere simulata. L’inquisitore era poi insospettito dalla sua devozione, troppo zelante, verso il Cuore di Gesù, un culto favorito e sostenuto dai gesuiti; dalle descrizioni troppo realistiche ch’ella aveva fornito dei suoi rapporti con lo «Sposo celeste», nonché dalla natura del legame che intratteneva con il suo confessore Azzaloni. Quest’ultimo già nel 1758 era stato denunciato con l’accusa di sollicitatio ad turpia, denuncia che in seguito era stata ritirata, probabilmente senza il pieno consenso della donna che l’aveva presentata.

Il processo si concluse senza punizioni per le imputate: la Poli non tardò a ritrattare e la stessa Bernardina, pur al prezzo di estenuanti interrogatori, fu indotta all’abiura nell’ottobre 1775; anche i religiosi, con tempi e modalità diverse, furono scarcerati. Come mostra Marina Caffiero, il processo di Valentano non fu però privo di conseguenze sul lungo periodo. Nel giro di pochi anni, un comportamento che era stato sottoposto ad attenta vigilanza ed era stato giudicato come meritevole di controllo e repressione, perché eversivo, finì coll’essere accettato, anzi coll’essere incoraggiato. Ne scaturì l’affermazione di una nuova concezione della santità e la costruzione di una nuova cultura religiosa e devozionale, che si fondava proprio sulla valorizzazione degli aspetti mistici, profetici e visionari e che lasciava ampio spazio alla presenza femminile e alla componente popolare, declinando però tutti questi elementi in chiave profondamente antimoderna, antilluministica e antirivoluzionaria. La profezia delle donne fu pertanto soggetta a un fenomeno di istituzionalizzazione e inserita in un programma volto, ancora una volta, al disciplinamento e alla riconquista della società.

Dati aggiuntivi

Autore
Anno pubblicazione 2020
Recensito da
Anno recensione 2020
ISBN 9788837233488
Comune Brescia
Pagine 176
Editore