Sulla soglia del mondo – Fondazione Collegio San Carlo

Sulla soglia del mondo

L’altrove dell’Occidente


Mentre la modernità è un’epoca segnata dall’umanesimo occidentale – e dunque dall’ideologia del progresso e dell’universalismo, dalla storia che si accompagna alla ragione – quella attuale è segnata da un postumanesimo che non declama la morte del soggetto, l’avvicendarsi di un’epoca anti-umana o un rassicurante multiculturalismo, ma più radicalmente scardina la posizione egemonica dell’io e interroga la presenza dell’altro in noi. Questo, secondo l’autore, il compito degli studi postcoloniali (da qualche anno diffusi anche in lingua italiana), di cui questa ricerca costituisce un accurato lavoro di sintesi. Il messaggio di fondo rischia spesso, agli occhi di un lettore disincantato, di restare invischiato in un buon senso largamente condiviso dalla comunità occidentale e di essere in definitiva incapace di aprirsi ad una concreta dimensione politica. Tuttavia Sulla soglia del mondo ha il merito di richiamare o meglio di utilizzare la tradizione della filosofia continentale. Da Benjamin viene ripresa la centralità della categoria del barocco per comprendere la frantumazione del mondo contemporaneo, in particolare attraverso l’esempio della città di Napoli (dove l’autore vive): metafora e emblema della crisi, privilegiato “laboratorio dell’arcaico”, “frontiera interna dell’Europa” in cui si iscrivono le sue contraddizioni, la città partenopea ci viene restituita attraverso uno sguardo tanto critico quanto complice, in cui lo spazio urbano si fa proiezione dell’apparato psichico e la topografia è pensata attraverso l’immaginario, come nella psicogeografia dei situazionisti. Di Heidegger viene aggiornata la critica alla metafisica, l’analisi esistenziale dell’esserci e soprattutto la centralità del linguaggio inteso come dimora dell’uomo, strumento che ci abita, eredità e promessa che ci precede e ci sopravvive – posizione che rischia tuttavia di depotenziare la carica eversiva delle tesi di Chambers. Infine, attraverso Levinas, avverso alla distanza critica del soggetto e al potere del suo sguardo (“Eye/I”) davanti al mondo, viene rivalutata la dimensione dell’ascolto. Servendosi di un campionario di case study che spazia in modo rapsodico da Napoleone a Jimi Hendrix, dai poeti creoli agli sciamani, dall’identità dei Maori alle femministe cyber, la condizione presente è descritta insistendo, in modo quasi ipertrofico, sull’idea che tutte le categorie della modernità siano formazioni culturali. Ciò che resta è lo spaesamento e lo sradicamento, la dislocazione e l’esposizione della vita (caposaldo della biopolitica), in cui al soggetto è negata la dimensione del viaggio, che prevede un ritorno in patria, e non restano altro (per citare un precedente studio di Chambers) che i “paesaggi migratori”.

Dati aggiuntivi

Autore
Anno pubblicazione 2003
Recensito da
Anno recensione 2004
Comune Roma
Pagine 249
Editore