Verità e giustificazione


“La filosofia non può risolversi tutta in uno dei suoi ruoli; può assolvere un dato ruolo solo se, contemporaneamente, lo trascende” (p. 320). Non è difficile scorgere in queste parole di Habermas il senso di un impegno pluridecennale, straordinario per vastità d’orizzonte. Dopo la formulazione della teoria dell’agire comunicativo e il serrato confronto con il dibattito sociologico e storico-filosofico contemporaneo, l’autore torna su problemi di filosofia teoretica, riprendendo il filo interrotto con Conoscenza e interesse (1968). La discussione coinvolge tutti i più rilevanti indirizzi contemporanei analitici e continentali, da Brandom a Rorty, da Putnam a Dummett, da Apel a von Wright, non prescindendo da una accuratissima analisi della filosofia della coscienza e della tradizione mentalistica di fine Ottocento. Se sempre “ci si intende con un altro circa qualcosa nel mondo” è legittimo affermare, argomenta l’autore, che funzione rappresentativa del linguaggio e funzione illocutoria (relativa al fine della comunicazione) siano egualmente originarie: “l’atto linguistico in quanto produce una relazione intersoggettiva tra parlante e ascoltatore, si pone contemporaneamente in rapporto oggettivo col mondo”. È questo, in estrema sintesi, il guadagno concettuale maggiore della pragmatica linguistica. La tradizione analitica e quella ermeneutica hanno trascurato l’uno o l’altro di quegli aspetti, ora enfatizzando la funzione veritativa, ora la funzione comunicativa. La pragmatica formale invece porta a compimento un’intuizione del giovane Hegel: la detrascendentalizzazione del soggetto kantiano, l’incarnazione cioè delle funzioni spirituali, da Kant ipostatizzate in una generica soggettività, nella storia concreta spazio-temporale. A partire da questo approccio post-mentalistico Habermas tematizza il superamento delle vecchie dicotomie (soggetto-oggetto, interno-esterno, spirito-corpo) mostrando come tutte nascano da precedenti strutture del linguaggio. Il rilievo dato alla svolta linguistica però non impone di sposare un contestualismo forte (Rorty) e consente di mantenere una prospettiva realistica. La legittimità di una asserzione, infatti, deve necessariamente essere riscattata discorsivamente o giustificata all’interno di una pratica condivisa, proprio perché nessuna giustificazione è immediatamente una verità. Solo il ricorso “al mondo della vita”, alla prassi dell’incontro con i problemi della quotidianità può pragmaticamente, non definitivamente, convalidare quella giustificazione facendone una verità.

Dati aggiuntivi

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Anno pubblicazione 2001
Recensito da
Anno recensione 2002
Comune Roma-Bari
Pagine 337
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