Per comprendere i modi e le forme con cui le donne attive nelle corti rinascimentali praticavano ed esercitavano il potere è spesso utile mettere da parte la dimensione della razionalità propria della politica al maschile, quella dura e aggressiva che trova una delle massime teorizzazioni nella trattazione machiavelliana sul principe. Si devono sperimentare anche altre vie, altre logiche, altri schemi interpretativi. Emozioni, sentimenti, intensità di relazioni sociali e di contatti personali, vicinanze erano dimensioni ed esperienze particolarmente adatte al genere femminile quando veniva coinvolto nelle pratiche del potere. Per una donna volitiva e razionale come Bianca Maria Visconti, la capacità di contare e di esercitare in qualche forma il potere a fianco del marito, Francesco Sforza, fu ottenuta a prezzo di una rinuncia: la Visconti non volle avere un posto al governo dello stato né condividere con il consorte e «principe nuovo» le prerogative di comando; rinunciò ad ottenere, per esempio, una città dotale da governare. E ne fece a meno anche se era ben accreditata a svolgere questo ruolo in quanto nata, sia pure figlia naturale, da un duca di Milano. La scelta della duchessa – che all’occorrenza fu un’ottima reggente e un’eccellente «donna politica» – fu fondamentalmente saggia: solo così lo Sforza poté rafforzare la sua posizione e governare saldamente senza interferenze pericolose.
Bianca Maria optò (almeno fino alla morte del marito) per un’altra dimensione della politica: coltivare relazioni – affettive, sociali, di parte –, stabilire legami, clientelari e di patronage, con ampi strati della società politica del dominio: aristocratici, nobili cittadini, donne, cortigiani, capifazione. Rinunciando ad esercitare il potere di comando nelle forme più canoniche, la duchessa di Milano promosse con intensità e determinazione la sua socialità e attivò una ricchezza di relazioni e di frequentazioni di cui va pienamente compreso il valore politico e l’efficacia nel mettere in contatto la dinastia nuova e forestiera con la socialità privata di cospicue famiglie, tra Milano e le altre città del dominio. Altre forme di contiguità al potere erano riservate alle donne che con il loro fascino peculiare entravano nel gioco sociale nella veste di amanti, segrete o palesi, visibili o meno visibili, di un principe potente. Casi esemplari del fenomeno sono due donne, l’una poco conosciuta, Elisabetta da Robecco, ultima amante dell’anziano Francesco Sforza; e una fin troppo nota, soprattutto per il fascino dei link leonardeschi che il suo nome evoca: Cecilia Gallerani, amante di Ludovico il Moro dal 1485.
(da M.N. Covini, Donne, emozioni e potere alla corte degli Sforza. Da Bianca Maria a Cecilia Gallerani, Milano, Unicopli, 2012, pp. 7-8)
(*) I titoli contrassegnati con l'asterisco sono disponibili, o in corso di acquisizione, per la consultazione e il prestito presso la Biblioteca della Fondazione Collegio San Carlo (lun.-ven. 9-19)