Nella religione romana le parole sono indispensabili almeno quanto i gesti. Quelle di una preghiera non sono infatti parole puramente descrittive, ma parole “potenti”, ritenute capaci, se pronunciate correttamente, ossia nel rispetto di precise convenzioni linguistiche e culturali, di conferire al gesto del celebrante, di per sé incerto o vago, la forza necessaria perché esso risulti efficace. «Immolare vittime sacrificali o consultare gli dèi secondo il rito», scrive Plinio il Vecchio, «sono atti infruttuosi se non accompagnati dalla preghiera (sine precatione)» (Naturalis historia XXVIII, 10).
Ma è vero anche l’inverso: senza la circoambulazione e il sacrificio finale, senza cioè l’azione rituale, la preghiera non solo resterebbe inascoltata, ma non avrebbe neppure ragione di essere. Questo perché gli elementi costitutivi della lustratio agrorum, la parola e l’atto, costituiscono un’unità integrata e coerente. Se la preghiera traduce il messaggio in parole, esplicitandone il contenuto, gli atti rituali rappresentano per così dire il supporto materiale, il tramite che permette al messaggio di articolare la propria efficacia, in altre parole quello che Jakobson chiamava “canale”.
Infine, tanto la formula che la circoambulazione e il sacrificio sono soggetti ad un codice. Se questo non fosse rispettato o venisse commessa una qualche infrazione, la comunicazione resterebbe interrotta. Il formalismo tipico della religiosità romana deriva da questa esigenza di precisione. Nei riti la forma coincide con la sostanza e non può essere altrimenti. Il celebrante sa che il rigore verbale e gestuale, l’ortoprassia, è il requisito fondamentale per la “riuscita” della cerimonia religiosa, perché le regole del rito, i dettagli e i tecnicismi di cui si compone sono necessari quanto l’ordine della sintassi nella formazione di una frase che pretenda di avere senso. (…)
Gli scopi del sacrificio, ossia i motivi per cui risulta opportuno o necessario mettersi in contatto con la divinità, possono essere molteplici: per onorarla nei giorni di festa, per ringraziarla di un beneficio ottenuto; per prendere informazioni sull’opportunità o meno di un atto che si ha intenzione di compiere (sacrificio divinatorio); oppure per scongiurare il rischio di un pericolo preannunciato dal manifestarsi di un prodigium (sacrificio espiatorio). Qualunque sia la funzione del sacrificio, in esso scorgiamo sempre il tentativo di una comunicazione. Non si tratta però di una mera applicazione della meccanica del dono al piano dei rapporti uomo-dio. A questo proposito John Scheid ha suggerito di integrare la formula do ut des, spesso impiegata per descrivere il carattere utilitaristico della religione romana, con da ut dem, che evidenzia semmai l’aspetto contrattuale del rapporto. In effetti i Romani non si limitano a dare per ottenere, ma, come mostra bene la dinamica del votum, spesso danno soltanto dopo aver ottenuto. Qualunque sia l’interpretazione che se ne voglia dare, il sacrificio si prefigge lo scopo di realizzare uno scambio che sia vantaggioso per entrambe le parti. Evidentemente per i Romani anche gli dèi possono essere blanditi! In molte culture si ritiene infatti che le divinità si nutrano delle offerte sacrificali, gustando l’odore dell’olocausto o impadronendosi dell’anima dell’animale ucciso, e che questo nutrimento sia indispensabile tanto al loro benessere, quanto alla loro benevolenza.
(G. De Sanctis, La religione a Roma. Luoghi, culti, sacerdoti, dèi, Roma, Carocci, 2012, pp. 70-71 e 79-80)*
(*) I titoli contrassegnati con l'asterisco sono disponibili, o in corso di acquisizione, per la consultazione e il prestito presso la Biblioteca della Fondazione Collegio San Carlo (lun.-ven. 9-19)