Lettere agli dèi

Preghiere e riti dell’antica Mesopotamia

  • venerdì 02 Ottobre 2026 - ore 17.30
Centro Studi Religiosi

Diffusi durante tutto l’arco della letteratura mesopotamica sono le preghiere e gli appelli all’intervento divino composti in forma di lettera. Il mittente in posizione subordinata si appella all’entità superiore perché intervenga o interceda in suo favore. La lettera per sua natura implica una relazione diretta, per quanto mediata e gerarchica, tra il mittente e il destinatario, cosa che si riflette nello stile spesso confidenziale, se non intimistico, con cui il devoto si rivolge al dio. La confidenza è inversamente proporzionale all’importanza della divinità, per cui l’esaltazione del dio o della dea è più o meno ampia a seconda del suo grado, per ridursi o addirittura scomparire nel caso di lettere al dio personale. La particolare natura di queste composizioni che riprendono non solo per stile e struttura ma anche per la forma del supporto (la tavoletta) il modello delle lettere di uso comune, non sempre facilita la distinzione tra composizioni letterarie e originali missive spedite dal devoto alla divinità.

Da copie del periodo paleo-babilonese provengono diverse composizioni in lingua sumerica che hanno la struttura e lo stile delle normali lettere. Si aprono con l’intestazione tipica in cui il mittente indirizza la lettera al destinatario, «a … riferisci, così parla …». Essendo una divinità il destinatario, l’intestazione è occupata da elogi ed epiteti del dio o della dea che si possono prolungare fino a metà dell’intera estensione del componimento. L’elogio del dio e la finale promessa di preghiere e altri benefici sono funzionali alla richiesta contenuta nel corpo della missiva. Infatti, dalla breve lettera di dieci linee di un tale Gudea al suo dio personale alla lunga lettera di Ku-Nanna a Ninšubur, la ragione per cui il mittente scrive è sempre una lamentela per le vicende personali o per la cura di una malattia. Gudea è stato portato via e schiavizzato da un mercante, Nanna-mansum non vede riconosciuti i propri meriti e il proprio valore, Ku-Nanna e Inannaka lamentano invece lo stato di prostrazione e le malattie che li hanno colpiti a causa dell’abbandono del favore divino. Destinatarie di diverse lettere sono le divinità mediche femminili (Ninisina, Nintinuga) che in questo periodo sembrano assolvere una più ampia funzione salvifica. (….)

Alcune delle tavolette su cui sono scritte queste composizioni hanno il formato stesso delle lettere di uso comune, spesso di fattura grezza, che assieme allo stile semplice e diretto ai limiti del brusco, l’appello alla divinità personale o a divinità minori, l’assenza di celebrazioni del dio o della dea, il riferimento a casi specifici molto particolari, mostrano elementi di originalità che lasciano supporre che forse si tratti di lettere occasionali. Il ricorso ad alcune frasi stereotipiche rimanda sicuramente a un modello diffuso, rielaborato poi dal singolo per le proprie esigenze. Non sappiamo, purtroppo, se nella pratica quotidiana queste lettere costituissero solo uno sfogo letterario o, accompagnate da qualche rituale (per esempio deposte nel tempio o presso la statua del dio), mirassero a uno scopo effettivo. L’esempio forse più originale e interessante è una lettera inviata da Apil-Adad al dio della sua famiglia («dio di mio padre» o «dei miei padri») in cui esordisce chiedendo «Perché non ti occupi più di me? Dove lo trovi un altro come me?» e che il suo dio scriva a Marduk e ponga fine alle sue afflizioni.

 

(da L. Verderame, Letterature dell’antica Mesopotamia, Firenze, Le Monnier, 2016, pp. 108-110)*

(*) I titoli contrassegnati con l'asterisco sono disponibili, o in corso di acquisizione, per la consultazione e il prestito presso la Biblioteca della Fondazione Collegio San Carlo (lun.-ven. 9-19)

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