L’impronta ecologica

L’impatto delle comunità umane sugli ecosistemi terrestri

  • venerdì 16 novembre 2018 - ore 17.30
Centro Culturale

Da quando è stata inventata, negli anni Novanta del secolo scorso, l’etichetta ecological footprint – che Mathis Wakernagel e William E. Rees appiccicarono al loro metodo per calcolare l’effetto ambientale delle attività umane – ha riscosso un grande successo sia tra gli ecologi che presso il pubblico interessato alle questioni ambientali, perché esprime con efficacia e immediatezza l’idea di un pesante calpestìo umano sugli ecosistemi del pianeta per la necessità di estrarne risorse, installarvi le proprie infrastrutture e riversarvi i propri rifiuti.

Che l’impronta ecologica umana non sia ugualmente distribuita nelle varie regioni della Terra e che si stia rapidamente allargando in conseguenza dell’incremento demografico e dello sviluppo tecnologico più recente, è sotto gli occhi di tutti e nessuno può negare che la Rivoluzione industriale prima e il secondo dopoguerra poi abbiano segnato due drammatici momenti di accelerazione della sua crescita. L’incremento dei gas serra conseguente all’utilizzazione dei combustibili fossili e gli effetti che questo ha sull’equilibrio termico del pianeta, l’alterazione degli habitat naturali e lo sfruttamento esasperato delle risorse biotiche, con la conseguente riduzione della biodiversità terrestre e marina, le molte forme di inquinamento dell’aria e delle acque interne e oceaniche, la diffusione di specie aliene a scapito di quelle naturalmente residenti nei biotopi terrestri e marini, sono i principali effetti di una presenza umana che si è fatta troppo ingombrante negli ultimi tre secoli di storia della Terra. Trecento anni sono un nulla in confronto agli oltre quattro miliardi e mezzo di anni dalla formazione del pianeta; un segmento minuscolo dei due milioni e mezzo di anni di presenza umana negli ecosistemi terrestri; un battere di ciglia anche se ci si limita ai duecentomila anni di occupazione della Terra da parte dell’uomo «anatomicamente moderno».

Gli scienziati aggiungono sempre nuovi dettagli all’elenco delle pressioni che l’attività dell’uomo contemporaneo esercita nei confronti della funzionalità degli ecosistemi e offrono previsioni sugli scenari futuri che questo comporta. L’opinione pubblica fa fatica a orientarsi di fronte a questo incalzare di notizie e previsioni sullo stato di salute del pianeta, oscillando tra incredulità e allarmismo. Quello che dovrebbe essere chiaro a tutti è che, se le cose non cambieranno, le probabilità di un disastro ecologico globale non sono trascurabili. Di fronte a questo rischio la sfida più grande è quella di individuare soluzioni realmente compatibili con le esigenze di una popolazione globale che ha ormai superato i sette miliardi, che pretende di disporre di quantità enormi di energia, di suoli agricoli, di materie prime. Si resiste all’esigenza di introdurre revisioni sostanziali del modello di sviluppo per meri interessi di parte e per la paura di imboccare una drammatica strada di regressione socioeconomica. Ma il non fare, o il fare sbagliato, ci spingeranno comunque e forse più rapidamente verso questo risultato.

 

(da G. Chelazzi, L’impronta originale. Storia naturale della colpa ecologica, Torino, Einaudi, 2013, pp. VII-VIII)*

(*) I titoli contrassegnati con l'asterisco sono disponibili, o in corso di acquisizione, per la consultazione e il prestito presso la Biblioteca della Fondazione Collegio San Carlo (lun.-ven. 9-19)

Presso la sede della Biblioteca, dopo una settimana dalla data della conferenza, è possibile ascoltarne la registrazione.

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