Oltre liberalismo e socialismo. Esperienza religiosa e agire politico in Aldo Capitini

Discussione pubblica

  • Michele Ciliberto

    Presidente - Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento, Firenze

  • Massimo Jasonni

    Professore di Diritto ecclesiastico e canonico - Università di Modena e Reggio Emilia

  • Marcello Rossi

    Direttore responsabile della rivista di politica, economia e cultura «Il Ponte» (Firenze)

  • venerdì 22 maggio 2009 - 17.30
Centro Culturale

«Liberté, égalité, fraternité… Bene; ma che cos’è rimasto di quest’ultimo termine? L’uomo occidentale discorre della fratellanza come di una grande forza motrice dell’umanità, e non si accorge che la fratellanza non la si potrà trovare da nessuna parte, fino a che essa non esisterà nella realtà. Che fare dunque? Bisogna realizzare la fratellanza a qualsiasi costo. […] Nella fratellanza, nella fratellanza vera non è la singola personalità, non è l’Io che deve arrabattarsi per affermare il proprio diritto all’aver egual peso ed egual valore di tutto il rimanente, ma proprio questo rimanente dovrebbe esso stesso andare da tale singola personalità che rivendica il proprio diritto, da questo Io singolo, e, senza che glielo si chieda in alcun modo […]. Non solo, ma questa stessa personalità ribelle ed esigente dovrebbe, dal canto suo, in primo luogo sacrificare tutto il suo Io, tutta se stessa per la società, e non solo non dovrebbe esigere un diritto suo personale ma, al contrario, dovrebbe cederlo alla società senza condizione alcuna».
Chi conosce il pensiero dì Aldo Capitini, e anzi non ha desistito, al passare degli anni, dalla frequentazione dei suoi scritti, non tarderà a riconoscerlo in queste parole [di Dostoevskij]. E tanto più se si prosegue nella lettura dello scritto di cui sopra, ove una vera e propria rigenerazione della civiltà passa attraverso «la carne e il sangue» dell’uomo per divenire realtà, proponendo, in definitiva, i seguenti interrogativi: «bisogna dunque essere privi di personalità, per essere felici? Forse che nell’assenza di personalità sta la salvezza?». Per giungere alla seguente risposta: «Al contrario, al contrario, vi dico io: non soltanto non occorre esser privi di personalità, ma proprio una personalità bisogna diventare, e addirittura in un grado assai superiore a quello che si è venuto a determinare in Occidente. […] Una personalità saldamente sviluppata, pienamente convinta del proprio diritto di essere una personalità, e che non prova più alcun timore per se stessa, non potrebbe forse nemmeno fare altro di sé, ovvero nessun altro uso, se non darsi tutta per gli altri, perché anche gli altri diventino esattamente altrettante personalità autonome e felici».
(da M. Jasonni, Rileggendo Capitini, in Liberalsocialismo e nonviolenza, Firenze, 2009, p. 65)*

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