Paolo di Tarso

Dai seguaci di Gesù alle prime comunità cristiane

  • Emanuela Prinzivalli

    Professoressa di Storia del Cristianesimo – Università di Roma «La Sapienza»

  • martedì 10 marzo 2020 - ore 17.30
Centro Studi Religiosi

Ogni gruppo di persone, ogni movimento, fin dagli inizi, per quanto possa essere entusiasta e spontaneo, si organizza al suo interno. I vangeli fanno capire che Gesù con i discepoli, per spostarsi da un luogo all’altro, aveva bisogno di qualche risorsa economica, messa a disposizione da componenti del gruppo stesso, fra cui alcune donne, o da altri discepoli che, restando nelle loro case e ai lavori abituali, potevano fornire ospitalità: insomma, una pur spontanea essenziale organizzazione esisteva.

Dopo la morte di Gesù, il movimento proseguì in varie forme. Erano diverse le modalità di azione dei missionari (chiamati “apostoli”). Alcuni predicatori itineranti in Galilea riproducevano le stesse modalità del gruppo più vicino a Gesù, mentre Paolo e altri adottavano un tipo di missione pianificata. I missionari generalmente trovavano ospitalità e vivevano grazie al sostegno di seguaci in loco. Paolo ci teneva a lavorare per mantenersi, ma usufruiva anch’egli dell’ospitalità occasionale, come ripetutamente si dice negli Atti.

In tutta la prima fase dell’evangelizzazione, nei luoghi dove c’erano comunità giudaiche, ci si rivolgeva prima a esse e ai loro simpatizzanti. Ma anche nel caso che molti membri aderissero al messaggio (Paolo a Corinto riesce a convincere addirittura Crispo, il capo della locale sinagoga) non si raggiungeva un consenso unanime e dunque le riunioni del gruppetto di seguaci di Gesù si organizzavano fuori della sinagoga. Questo alla lunga provoca distanziamento e separazione.

Sulle riunioni per il culto è Paolo, come al solito, a fornire notizie fondamentali. I suoi adepti continuavano la vita abituale nelle loro case o in quelle dei padroni, se erano schiavi, e avevano occasioni di riunione per la preghiera e cena con la frazione del pane, in una stanza fornita da chi era nelle condizioni di farlo. Egli usa l’espressione «chiesa (ekklesia) che si raduna nella casa di… », cioè chiesa domestica. L’organizzazione delle riunioni in una casa (oikos) non è un’operazione priva di significato: implica prendere parte e condividere i rapporti gerarchici all’interno dell’oikos, che non corrispondeva alla nostra attuale famiglia mononucleare, ma comprendeva varie generazioni di parenti, nonché gli schiavi e i clientes, sicché quando il padrone aderisce alla fede anche il resto dell’oikos lo segue. (…)

In Paolo il termine usato per indicare la riunione dei fedeli di Gesù è ekklesia, che nel vocabolario profano significa ‘raccolta’, ‘assemblea’. Il termine è quasi del tutto assente nei vangeli, comparendo solo due volte in Matteo, e ciò indica chiaramente che si riferisce ai gruppi di seguaci che si riuniscono e interagiscono nella fase successiva alla vita di Gesù: è un’adunanza di persone presso un luogo, non un luogo. Paolo parla al singolare e al plurale di «chiesa di Dio» o di chiese, a volte si riferisce all’ekklesia in una casa (Rm 16,5) a volte all’ekklesia di una città (I Cor 1,2) a volte alle ekklesiai di una regione (Gal 1,22). Al significato “sociologico” si aggiunge presto un significato dottrinale, che avrà tutta una serie di sviluppi e si intreccerà con l’altro. Già nella Lettera agli Efesini con ekklesia si intende un’entità che è spirituale e addirittura preesistente (Ef 5,29-32), sposa e corpo di cui Cristo è rispettivamente sposo e capo. (…)

Come erano organizzate le ekklesiai in una città? C’erano sicuramente forme di raccordo fra cristiani di diversi gruppi in una stessa città, ma ci potevano anche essere diversità dovute all’influsso di diversi evangelizzatori, come a Corinto, dove, oltre Paolo, operano Apollo e Pietro. L’apostolo fondatore mantiene nel tempo una certa autorità, anche se talvolta nuovi predicatori potevano contrastarne l’influsso, come avviene a Paolo in Galazia a opera di missionari «da parte di Giacomo» (Gal 2,11). Paolo scrive per mantenere rapporti e guidare le sue ekklesiai e risponde a quesiti che gli si pongono: anche se i quesiti potevano giungergli attraverso i suoi collaboratori, è evidente che questi interagivano con portavoce dell’ekklesia, con persone che si erano assunte o erano state investite del ruolo. Per indicare ruoli particolari all’interno delle ekklesiai Paolo non ha termini specifici. Però in un caso (Fil 1,1) parla di episcopi (sorveglianti) e diaconi (servitori, ministri). Lui stesso si menziona più volte, oltre che come apostolo, come diakonos, un termine, questo, che indica la missione propria del seguace di Cristo il quale aveva detto di sé di essere venuto a servire (Mc 10,45). L’astratto diakoniai (servizi, ministeri) ha in Paolo una pregnanza pari alla multiformità dei possibili ruoli specifici, da lui concepiti come “doni” (carismi in greco). Quando parla ai fedeli di Corinto, fra i quali si verificano fenomeni di profetismo e glossolalia, per frenare gli entusiasmi fa una precisa gradazione dei carismi: al primo posto ci sono gli apostoli, al secondo i profeti, al terzo i maestri, poi i vari doni spirituali, ultimo dei quali la glossolalia. Da questo variopinto vocabolario si ricava che ci sono funzioni diverse nelle chiese paoline, pur in assenza di una precisa strutturazione, e che, dopo gli apostoli, il massimo onore va a profeti e maestri.

 

(da E. Prinzivalli, Le molteplici strade del vangelo (I-II secolo) e il consolidamento ortodosso del III secolo, in Id., a cura di, Storia del cristianesimo, 4 voll., Roma, Carocci, 2015, vol. I: L’età antica, pp. 103-106)*

 

(*) I titoli contrassegnati con l'asterisco sono disponibili, o in corso di acquisizione, per la consultazione e il prestito presso la Biblioteca della Fondazione Collegio San Carlo (lun.-ven. 9-19)

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