Il nuovo conformismo – Fondazione Collegio San Carlo

Il nuovo conformismo


La cultura contemporanea tende a reinterpretare in termini emotivi non solo le si­tuazioni di difficoltà, ma anche le normali esperienze, come viene evidenziato dalla straordinaria diffusione delle definizioni psicologiche e dei termini terapeutici (sindrome, autostima). Si assiste alla nascita di nuove malattie che coincidono con un aumento del numero delle persone disposte a definirsi in base alla malattia che le affligge. Questa tendenza, definita da Furedi con i termini “cultura terapeutica” e “imperativo terapeutico”, prova il senso di vulnerabilità che caratterizza la condi­zione umana e la paura di non essere in grado di affrontare la solitudine e il falli­mento. Nella nostra cultura, continua Furedi, le questioni pubbliche sono viste come un problema privato dell’individuo, mentre si ritiene che i problemi della so­cietà debbano essere risolti nel mondo interiore dell’individuo, utilizzando il lin­guaggio della terapia. Ciò è in larga parte il risultato dei grandi cambiamenti inter­venuti nei rapporti personali nell’ultimo quarto del XX secolo: come conseguenza dell’erosione dei significati condivisi, nei rapporti umani si è insinuata l’incertezza, creando così una situazione che dà ampio spazio alla mediazione da parte di pro­fessionisti. La convinzione che per la conduzione dei rapporti quotidiani occorrano particolari competenze ha dato agli esperti la possibilità di colonizzare il mondo delle relazioni personali. Un tempo si parlava soltanto di dipendenza fisica (da so­stanze, da cibi), mentre ora la maggior parte delle dipendenze ha una base di tipo emotivo. Questa “cultura terapeutica” favorisce l’imperativo dell’indivi-dualizzazione, legittima l’estraniazione dagli altri e l’erosione della solidarietà sociale. La tendenza a rappresentare l’identità sociale in termini di emozioni individuali contraddistingue anche il discorso politico: si giunge a giudicare le figure pubbliche più per il loro sentimenti (che vengono sempre più frequentemente messi a disposizione del pubblico dai mezzi di comunicazione) che per le loro azioni e programmi. Allo stesso tempo la gestione della condizione di disagio psicologico, conclude Furedi, viene sempre più spesso considerata parte integrante dei doveri di uno stato, assecondando una concezione che trova supporto in una visione culturale più ampia, che considera “la sofferenza misura della virtù sociale”. Uno degli aspetti più inquietanti della cultura terapeutica  è la convinzione che lo stato emotivo di un individuo non sia una questione semplicemente personale, ma oggetto legittimo di interesse pubblico e di definizione/selezione di quale reazione emotiva sia accettabile e quale non lo sia.

Dati aggiuntivi

Autore
Anno pubblicazione 2005
Recensito da
Anno recensione 2006
Comune Milano
Pagine 294
Editore