In difesa della politica

Perché credere nella democrazia oggi


La democrazia non è fallita, dà molto più di quanto in genere si riconosca, ma occorre sviluppare un nuovo insieme di rapporti politici autentici, che diano concretezza alle potenzialità dei cittadini informati e impegnati» (p. 18). Questa la tesi portante dell’opera di Flinders, un lavoro in controtendenza, secondo le stesse intenzioni dell’autore. Prendendo le distanze da coloro che vorrebbero dalla politica più velocità, efficienza e governabilità, ma anche da quanti pretenderebbero più partecipazione, trasparenza e monitoraggio, Flinders sostiene che la democrazia funzionerebbe meglio se i suoi molti critici si soffermassero a comprenderne lo spirito, le possibilità e gli obiettivi. Per far questo è però necessario sgombrare il campo da pregiudizi radicati, riconoscendo e difendendosi dai meccanismi perversi che li alimentano.
Gran parte del suo impegno è volto a dimostrare l’esistenza di un ‘gap delle aspettative’ che induce gli elettori – o ‘spettatori’, come li apostrofa Flinders – ad avanzare pretese irrealistiche, perché inconsistenti o sproporzionate, a cui i politici possono far fronte solo facendo promesse che non potranno mantenere. All’origine di questo gap sta, in primo luogo, una concezione della politica come problem-solving universale, fomentata dalla pervasività del mercato e dall’antropologia del consumatore, che abitua i cittadini a pensare alle urne come a degli stores dove andare e selezionare la soluzione che più aggrada e soddisfa le proprie esigenze. La realtà è che la politica non potrà mai raggiungere i livelli di efficienza del mercato e nemmeno dovrebbe aspirarvi: la politica democratica è una politica del compromesso, di mediazioni tra interessi molteplici e diversi, e per questo incline a offrire – nella migliore delle ipotesi – soluzioni subottimali, per altro elaborate "in un contesto di pressioni enormi, sulla base di informazioni imperfette" (p. 92) . Tuttavia, la crescente richiesta di misure e di servizi al contempo più efficienti ed economici ha portato i politici ad affidarsi sempre più al mercato, attraverso un processo di razionamento internalizzato che li ha liberati da un sovraccarico di responsabilità al prezzo di conferire autorità in materia di beni comuni a soggetti non eletti e presunti neutri. Invece di risolvere il problema, questo processo non ha fatto altro che acuirlo, oltre ad aver accelerato l’erosione dei valori collettivi.
Il sempre maggiore trasferimento di funzioni e responsabilità pubbliche ad agenzie, comitati e commissioni di esperti, riflette inoltre il predominio di un sentimento antipolitico che nega categoricamente – e pregiudizialmente – la propria fiducia a qualsiasi politico. A tale sentimento fa seguito un atteggiamento definito da Flinders: ‘cinismo corrosivo’. Di contro a un ‘sano scetticismo’ che dubita, discute e critica, il cinismo corrosivo unisce tutti nel magma della malafede: inizialmente i soli politici, ma ben presto insinua il dubbio nelle possibilità stesse dell’azione collettiva. Esso è rafforzato dall’economia della paura e dalla preoccupazione per questioni relativamente marginali, ma percepite gravi a motivo dell’amplissima disponibilità di informazioni grezze, difficili da convertire in conoscenze utili. Ciò si deve anche al ruolo distruttivo dei media, che inseguono principalmente scandali, truffe e notizie sensazionali, confondendo ‘l’interesse del pubblico’ con ‘ciò che interessa al pubblico’.
Il principale merito dell’opera di Flinders consiste nel rispondere alle voci che vorrebbero la politica democratica in crisi con una franca valutazione dei benefici che la democrazia continua ad offrire, ivi inclusa la possibilità di riformarsi. Questa riforma dipende, almeno in parte, direttamente dalla volontà dei cittadini, nella misura in cui rivedere le proprie aspettative può, secondo l’autore, contribuire sensibilmente a migliorare l’offerta programmatica dei politici che, per motivi di consenso, sono tenuti a strutturarla precisamente in base a queste. Ciò può avere luogo a patto di aver compreso le caratteristiche fondamentali del sistema democratico: lentezza, complessità, fragilità. Dunque, Flinders perora la causa di una nuova educazione civica e politica che aiuti le persone ad avere più comprensione delle questioni cruciali contemporanee – come il cambiamento climatico – e insegni loro a confrontarsi con i valori e le difficoltà della democrazia.
Nel tentativo di offrire una risposta solida e incisiva, Flinders argomenta con una certa audacia, spingendosi dove il suo lettore fa a volte fatica a seguirlo: la sua difesa della politica è quasi interamente giocata sul versante delle aspettative degli elettori, cosicché le spesso mediocri prestazioni degli eletti sono spiegate quasi interamente in termini di complessità della politica e visione distorta di chi li giudica (se le aspettative sono troppo alte, le prestazioni saranno sempre insufficienti). Ma cosa significa rivedere le proprie aspettative? Per Flinders significa essere più realistici in quello che si chiede: difatti, sembra convinto di poter «fornire una spiegazione franca e obiettiva di ciò che un governo democratico può o non può offrire» (p. 93). Indubbiamente molte richieste degli elettori sono irrealizzabili, ma per quanto ci si possa fare un’idea della complessità e dei meccanismi della politica, il realismo rimane una nozione discutibile e problematica: il confine tra futuribile e irrealistico non è arbitrario, ma è impreciso e in varia misura intersoggettivo. D’altra parte, il realismo invocato da Flinders non è avversario del coraggio, e la sua causa a favore della democrazia richiede al lettore senso della misura e volontà di cambiamento.

Dati aggiuntivi

Autore
Anno pubblicazione 2014
Recensito da
Anno recensione 2014
ISBN 978-88-15-25103-9
Comune Bologna
Pagine 288
Editore