La malattia inglese – Fondazione Collegio San Carlo

La malattia inglese

La melanconia nella tradizione filosofica e medica dell’Inghilterra moderna


Basandosi su un corpus testuale mai preso in esame prima d’ora con una tale intensità di analisi, questo libro ripercorre il dibattito sulla melanconia nella cultura britannica della prima età moderna. Nel prisma della melanconia Simonazzi vede anche scomporsi e ricomporsi problemi filosofici di fondo come la questione dei rapporti tra anima e corpo e concetti politici come l’analogia tra corpo umano e società, indicando tra le righe quanto la medicina delle malattie nervose abbia inciso sulla formazione della “coscienza europea”. Il libro visualizza tre “ordini del discorso” che corrispondono ad altrettante tradizioni di studio e di cura della melanconia. Mentre infatti la spiegazione di tipo teologico (evidente nella trattatistica del tardo XVI e del primo XVII secolo) interpreta la melanconia alla luce di cause sovrannaturali e propone terapie spirituali come l’esorcismo e la preghiera, l’approccio medico – emergente nel contesto della rivoluzione scientifica – legge la melanconia come disfunzione di tipo organico da curarsi di conseguenza. Al principio del XVIII secolo, come Simonazzi mostra in modo convincente, prende piede una versione psicologica della melanconia: negli scritti medici di Bernard Mandeville analisi delle passioni e discorso della melanconia (ormai ridefinita in termini di ipocondria e isteria) si congiungono dando vita a una nuova concezione dei rapporti tra medico e paziente e indicando una terapia basata sul dialogo.
Tra i pregi di questo massiccio lavoro vi è la fine sensibilità per i continui intrecci tra questi ambiti del discorso, emblematici in Burton. Pur precisandone lucidamente le differenze concettuali, Simonazzi è sempre attento a misurare sovrapposizioni cronologiche, scarti terminologici, debiti intellettuali, ambiguità retoriche e influenze culturali. Ne risulta un quadro storiografico mosso e complesso, che a più riprese porta l’autore a discutere e correggere precedenti impostazioni consolidate negli studi storici, soprattutto di area anglofona. Interessanti sono da questo punto di vista le eccezioni rivolte a quell’indirizzo di studi (ben rappresentato da Christopher Hill e Charles Webster) che ha visto nel nesso tra “scienza” e “puritanesimo” una caratteristica fondamentale della cultura e della società inglese del XVII secolo. Altrettanto puntuali e condivisibili sono inoltre le riserve nutrite da Simonazzi nei confronti di modelli storiografici che insistano troppo sulla contrapposizione tra scienza e religione. Insomma un libro indispensabile per chi voglia comprendere quel laboratorio di modernità che è stata la cultura anglofona tra XVI e XVIII secolo.

Dati aggiuntivi

Autore
Anno pubblicazione 2004
Recensito da
Anno recensione 2005
Comune Bologna
Pagine 445
Editore