La questione dell’ermeneutica in Karl Barth – Fondazione Collegio San Carlo

La questione dell’ermeneutica in Karl Barth


Il percorso di ricerca di un giovane allievo del compianto filosofo urbinate Italo Mancini, che contribuì in modo decisivo a far conoscere in Italia Karl Barth, Rudolf Bultmann e Dietrich Bonhoeffer nel corso degli anni Sessanta, si colloca nell’ambito di un rinnovato interesse per l’opera barthiana nel contesto filosofico-teologico italiano, interesse testimoniato anche da numerose traduzioni di testi vecchi e nuovi. Il tema del saggio può essere individuato in una ricostruzione del percorso barthiano dalla fase dialettica di Römerbrief II, e dalle sue premesse all’inizio degli anni Venti, sino all’elaborazione della imponente Dogmatica ecclesiale negli anni Quaranta e Cinquanta, con uno specifico interesse per il tema dell’ermeneutica.
Aguti, che rilegge la barthiana «teologia della Parola» da un punto di vista teolo-gico fondamentale, o se si preferisce filosofico-religioso, si ripromette di assolvere il grande teologo di Basilea dall’accusa di «positivismo della rivelazione», che gli è stata ripetutamente rivolta in anni recenti da Wolfhart Pannenberg: il cristo-centrismo barthiano, quale si venne progressivamente configurando in una forma matura e equilibrata, si caratterizzò come una convinta difesa della soggettività, e dell’ulteriorità rispetto ad ogni orizzonte coscienziale, eticizzante o culturale, della rivelazione divina. Tale esteriorità della rivelazione («extra nos») è testimoniata anzitutto dalla normatività del Canone scritturistico, testimonianza autorevole dell’interpellazione divina rivolta da Dio all’uomo in Gesù Cristo: anzitutto il Canone e non il dogma o la chiesa istituzionale. Si trattava del ritorno a una forma di soprannaturalismo, alla consapevolezza che il teologo e la chiesa, nella professione di fede, annunciano e proclamano il Vangelo, solo in quanto ascoltano, meditano e attualizzano la Parola da cui sono stati interpellati.
In questo contesto si situa anche il confronto di Barth con il cattolicesimo romano, sin dall’incontro con il «cattolicizzante» Erik Peterson e con i teologi di Münster a metà degli anni Venti. Lo studio di Tommaso e di Anselmo non condusse Barth alla conversione, perché egli rifiutò, nonostante il riconoscimento dell’esigenza di una autorità all’interno della chiesa, risolutamente di equiparare il «dogma», inteso quale interpretazione infallibile della Parola ad opera del magistero, alla Parola stessa di Dio.

Dati aggiuntivi

Autore
Anno pubblicazione 2001
Recensito da
Anno recensione 2002
Comune Bologna
Pagine 306
Editore