Monache

Vivere in convento nell’età della Controriforma


Due tra i più importanti conventi della Venezia del ‘600 – l’epoca e il luogo di cui ci parla il volume di Mary Laven – sono ora una prigione femminile (santa Maria Maddalena) e il principale carcere della città (santa Maria Maggiore), come a sottolineare la volontà di confinare e separare con cui le famiglie nobiliari cercavano di regolare le questioni legate alla dote femminile e alla suddivisione del patrimonio. Poche famiglie aristocratiche veneziane potevano sostenere le spese necessarie al matrimonio delle figlie, e pertanto il destino di molte di esse era il convento: alla metà del XVII secolo Venezia e la laguna contavano non meno di 50 monasteri che ospitavano più di 3000 monache. La rilevante presenza dei monasteri veniva sancita dalla cerimonia del “matrimonio” della Repubblica con la badessa del convento di Santa Maria delle Vergini, con cui il Doge ne confermava l’elezione: la cerimonia, iniziata nel ‘200, sottolineava la reciprocità delle relazioni tra Venezia (che ne garantiva il sostegno economico) e i suoi conventi i quali, benché deliberatamente collocati lontano dai centri politici e commerciali della città, erano inestricabilmente intrecciati al suo tessuto sociale ed economico. La coscienza di classe e l’esclusività che caratterizzavano la nobiltà veneziana si riflettevano all’interno delle mura conventuali. Bisogna infatti ricordare che l’ammontare delle doti richieste per entrare in convento lo rendevano inaccessibile alla grande maggioranza delle donne: riempiti dai ranghi della nobiltà o delle classi mercantili, i conventi veneziani riproducevano il microcosmo dell’élite locale. La principale funzione svolta dai conventi era quella di controllare, piuttosto che educare la religiosità femminile. Il contagio del mondo – e non le violazioni di carattere sessuale, ampiamente documentate dal volume – divenne l’elemento da evitare. Il pericolo maggiore era corso dall’istituzione, non dalle singole monache: nella mente dei legislatori la clausura in sé rimpiazzò quindi la castità quale ideale supremo della vita monastica femminile. Questo aspetto divenne cruciale quando il mondo cattolico si trovò di fronte all’atteggiamento antimonastico della cultura protestante. La risposta della Chiesa cattolica, affermata con il Concilio di Trento, fece della clausura un obbligo per tutte le monache. A Venezia tale direttiva venne inserita in un programma di purificazione diretto all’intera società: progetto che rifletteva l’incertezza della Repubblica in un’epoca di guerre e di crisi e il cui proposito andò oltre il desiderio di imporre la disciplina alla propria comunità religiosa.

Dati aggiuntivi

Autore
Anno pubblicazione 2004
Recensito da
Anno recensione 2004
Comune Bologna
Pagine 256
Editore