Alle origini di Homo e delle grandi diffusioni della preistoria

  • Giorgio Manzi

    Professore di Paleoantropologia - Università di Roma «La Sapienza»

  • venerdì 04 ottobre 2019 - ore 17.30
Centro Culturale

Quasi subito il genere Homo si rese protagonista di un’inedita diffusione geografica, tanto da percorrere nell’arco di un numero di generazioni certamente ragguardevole (ma difficile da quantificare) una traiettoria di oltre diecimila km, compresa fra l’Africa subsahariana e l’isola di Giava, raggiungendo così i lembi più orientali del continente asiatico prima di 1,5 milioni di anni fa. O, almeno, questo ci sembra di poter dire alla luce dei segnali paleontologici che abbiamo a disposizione da quasi una ventina d’anni, che a loro volta si combinano con le conoscenze da tempo più consolidate. Sembra anche di poter supporre che la comparsa stessa del genere Homo abbia comportato una tendenza alla diffusione geografica e, potremmo dire, una capacità a diffondersi e a adattarsi a nuovi ambienti che i precedenti ominidi non avevano mai sperimentato. Molti fattori possono aver contribuito a questa prima grande espansione del genere Homo: l’ambiente in costante trasformazione, in primo luogo, con gli innumerevoli effetti su popolazioni non più legate al solo contesto forestale; oppure il clima degli ultimi 2 milioni di anni e in particolare dell’ultimo milione, caratterizzato da quel fenomeno di enorme portata per la vita animale e vegetale che fu dovuto alle sue profonde oscillazioni e all’alternarsi, nell’emisfero boreale, di glaciazioni e fasi interglaciali. C’è qui solo da sottolineare l’effetto per l’evoluzione umana che più ci interessa, laddove tutto ciò dovrebbe aver comportato variazioni ambientali tali da contribuire all’isolamento dei gruppi umani per lo più durante le fasi glaciali e alla loro dispersione in quelle interglaciali. Altri fattori, poi, hanno probabilmente contribuito alla diffusione dei primi Homo: la loro nuova ecologia, in primo luogo. Per meglio dire, la loro nuova nicchia ecologica da carnivori saprofagi. Non stiamo parlando né di habitat né di regione geografica, ma di abitudini di vita, di dieta, di modalità riproduttive, di ecologia a livello di specie. Vanno dunque considerate le mutate caratteristiche biologiche e comportamentali di questi ominidi, divenuti fra l’altro grandi camminatori, oltre che in qualche modo capaci di affrontare l’alternarsi stagionale dei climi temperati. Così pure deve essere stato importante il loro successo adattativo, e dunque riproduttivo, con le possibili conseguenze in termini di espansione demografica. Al contrario, non sembrano essere stati determinanti, come invece si pensava una volta, né le potenzialità fornite dalla capacità di produrre manufatti, né quelle di modificare l’ambiente intorno a sé con l’uso del fuoco, con il ricorso alla frequentazione delle caverne, con l’utilizzo di pelli di animali, ecc. Gli ominidi che per primi si diffondono fuori dal continente africano avevano infatti cervelli relativamente piccoli, in uno stadio ancora iniziale di encefalizzazione, e maneggiavano strumenti in pietra piuttosto grossolani; il controllo del fuoco, inoltre, sembra chiaramente attestato solo in siti di epoche successive. […] Nello scenario pluricontinentale in cui il genere Homo si è diffuso e continua a evolvere si inquadra anche il più antico popolamento del continente europeo. Oggi sappiamo infatti che verso la metà del Pleistocene (intorno a 1,3 milioni di anni) uomini d’aspetto primordiale arrivano anche in Europa, forse passando per la regione a sud del mar Nero, entrando in corrispondenza dell’attuale stretto del Bosforo e attraversando poi la penisola balcanica. Tuttavia, per buona parte del secolo scorso, il più antico fossile umano scoperto in Europa è rimasto a lungo una mandibola che non è affatto così antica, visto che la sua datazione è prossima a 500 mila anni: mezzo milione di anni, cioè molto meno della metà della data che oggi attribuiamo al primo popolamento dell’Europa.

 

(da G. Manzi, Il grande racconto dell’evoluzione umana, Bologna, Il Mulino, 2013, pp. 306-307, 315)*

(*) I titoli contrassegnati con l'asterisco sono disponibili, o in corso di acquisizione, per la consultazione e il prestito presso la Biblioteca della Fondazione Collegio San Carlo (lun.-ven. 9-19)

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