Bruto

Libertà e tirannide nella Roma antica

  • Mario Lentano

    Professore di Lingua e letteratura latina – Università di Siena

  • venerdì 06 Novembre 2026 - ore 17.30
Centro Culturale

«Lucio Bruto, pari a Romolo nella gloria, dal momento che l’uno fondò per i Romani la città, l’altro la libertà, nella sua veste di console ordinò di battere con le verghe, legare al palo e decapitare con la scure davanti al suo seggio i propri figli, che tentavano di restaurare la tirannide di Tarquinio dopo che lui l’aveva rovesciata. Si spogliò delle vesti di padre per comportarsi da console e preferì vivere senza figli piuttosto che venir meno al suo ruolo di pubblico vendicatore».

Ecco – secondo le parole di Valerio Massimo, retore vissuto nella prima metà del I secolo d.C. – il grande merito di Bruto, che gli assegna per sempre un prestigio non inferiore a quello del fondatore Romolo: aver represso i sentimenti privati di fronte all’adempimento di un compito che gli era imposto dalla sua funzione di magistrato, o, se si preferisce, aver amato la repubblica più dei propri figli, allorché si è trovato a dover scegliere tra l’una e gli altri. È questo l’atto di nascita dell’etica civica romana, la magna charta di una visione del cittadino e del suo rapporto con la dimensione pubblica che diventerà un modello per i secoli a venire e che trova il suo fondamento nella subordinazione di interessi, aspirazioni e affetti individuali al benessere supremo della collettività. Da questo punto di vista, Bruto ha fatto molto di più che congegnare un nuovo sistema istituzionale, molto di più che sostituire il dominio delle leggi a quello degli uomini: ha inventato un modo, anzi l’unico modo possibile di essere Romani. Ecco perché la leggenda lo mette di fronte alla più dura delle scelte, quella che chiama in causa la decisione suprema di cancellare la sua stessa discendenza: perché quel modello aveva bisogno di essere messo alla prova di una situazione estrema, che ne sancisse il carattere assoluto e il primato indiscusso su qualsiasi altra pretesa concorrente.

Quanto allo storico Anneo Floro, attivo all’inizio del II secolo d.C., questi preferirà spiegare che Bruto, giustiziando i propri figli, dava l’impressione di aver voluto diventare una sorta di pubblico genitore, adottando come proprio discendente l’intero popolo romano. È in fondo, espressa con altre parole, la stessa osservazione di Valerio Massimo: per Bruto, la libertà non era troppo cara neppure se pagata al prezzo della rinuncia ad essere padre.

 

(da M. Lentano, Bruto. Contro il tiranno, Bologna, Il Mulino, 2023, p. 88)

(*) I titoli contrassegnati con l'asterisco sono disponibili, o in corso di acquisizione, per la consultazione e il prestito presso la Biblioteca della Fondazione Collegio San Carlo (lun.-ven. 9-19)

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