Pari opportunità

Cittadinanza e politiche sociali in Europa

  • Alisa Del Re

    Professoressa di Scienza politica - Università di Padova

  • martedì 08 Aprile 2014 - 17.30
Centro Studi Religiosi

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La nozione di parità si pone come un concetto legato alla modernità, alla giustizia sociale, in un’ottica di democrazia sostanziale che rimette in questione il funzionamento sociale e l’immagine simbolica degli uomini e delle donne nella società. È la rivendicazione di un’uguaglianza tra i sessi nella rappresentanza politica, mentre le quote non sono che un mezzo per raggiungere la parità. La parità uomo-donna costituisce l’applicazione di un principio e non di una percentuale. L’affermazione del principio di parità, in politica come in tutti i settori e gli ambiti di vita degli individui, dovrebbe apparire come naturale espressione di una società composta di uomini e donne. Il fatto che queste ultime siano state escluse per secoli dal dominio pubblico e politico, non può più costituire motivo perché continuino ad esserlo. (…)
Di fronte al paradosso di una preparazione e di competenze femminili decisamente superiori a quelle maschili (indagine ISTAT 2009 sui laureati) e di una presenza delle donne nello spazio pubblico – soprattutto nei posti apicali – esigua, specialmente se rapportata a livello europeo, sembrerebbe doveroso per un qualsiasi politico porsi il problema di come modificare questa situazione sconcertante. Alcuni interventi sono stati fatti in Europa con maggiore o minore successo a seconda del frame culturale e legislativo di riferimento.
Una recente ricerca di Chiara Toniato che ha analizzato la complessità e la varietà delle situazioni presenti nella UE a ventisette, ci conferma che non esiste, in assoluto, un sistema, un correttivo, una “quota” che dia la certezza del risultato. Esiste piuttosto un insieme di fattori che, presenti contemporaneamente, possono permettere lo sviluppo di una società paritaria. Essi vanno da un sistema elettorale favorevole alle donne (tendenzialmente proporzionale), alle norme che regolano l’applicazione delle quote (coattive o facoltative), alla diffusione di una politica paritaria capillarmente implementata. Quest’ultima è necessariamente frutto di una cultura diffusa delle pari opportunità, che non ammette cecità di fronte alle disparità di genere in tutti i campi dell’organizzazione sociale. Le quote di genere in politica possono avere la funzione di spill over, innescando il cambiamento in altri domini pubblici (economia, ricerca ecc.). Una cosa è chiara: le quote rappresentano uno spostamento da un concetto di uguaglianza a un altro. La nozione liberale classica di uguaglianza si configurava come una nozione di medesime opportunità o di uguaglianza competitiva, rimuovendo le barriere formali. I movimenti delle donne hanno fatto emergere un secondo concetto di uguaglianza, mettendo in evidenza la nozione di pari risultati. In questo caso si parte dal fatto che tra i sessi non esistono pari opportunità di partenza, neanche eliminando gli ostacoli formali. Le quote quindi, assieme ad altre forme di azioni antidiscriminatorie, sarebbero un mezzo verso la parità di risultato. Sempre che si consideri necessario un risultato di questo “genere”.
Le istituzioni europee si limitano a interventi “deboli”, come la recente Risoluzione sulla parità di donne e uomini nella UE del Parlamento europeo (10 febbraio 2010). Il Parlamento chiede agli Stati membri e alle parti sociali di promuovere una presenza più equilibrata tra donne e uomini nei posti di responsabilità delle imprese, dell’amministrazione e degli organi politici e sottolinea gli effetti positivi dell’uso delle quote elettorali sulla rappresentanza delle donne. In proposito, si compiace della decisione del governo norvegese di aumentare ad almeno il 40% dei membri il numero di donne nei consigli di amministrazione delle società private e di imprese pubbliche, e invita la Commissione e gli Stati membri «a considerare l’iniziativa norvegese come un esempio positivo e a progredire nella stessa direzione». Tutto per il meglio dunque, in Europa? Non credo, visto che da un lato una risoluzione dal punto di vista dell’immediata effettività lascia il tempo che trova e che le istituzioni europee, nel momento in cui avrebbero potuto creare delle regole di genere almeno per i partiti politici, come per esempio nello statuto dei partiti europei (Regolamento entrato in vigore nel 2004), in cui sono state poste condizioni strette per la qualifica di partito europeo (e in conseguenza per l’accesso ai finanziamenti europei), in realtà hanno dimenticato di richiedere delle quote di genere per le candidature o, meglio ancora, l’obbligo della parità.

(da A. Del Re, Come volare ad alta quota, 16/02/2010, e Sesso e Potere, le quote necessarie, 26/02/2010, in www.ingenere.it)

(*) I titoli contrassegnati con l'asterisco sono disponibili, o in corso di acquisizione, per la consultazione e il prestito presso la Biblioteca della Fondazione Collegio San Carlo (lun.-ven. 9-19)

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