La grande opera di Tradizione profetica (Sunna) di Muslim ibn al-Hajjaj (m. 261/875) contiene un racconto noto come «il racconto di Gabriele» perché vede protagonista insieme al Profeta l’arcangelo Jibril, o Jabra’il, che anche il Corano, come le fonti ebraiche e cristiane, considera l’agente della rivelazione divina. Il racconto di Gabriele (hadith Jibril) è importantissimo perché insegna l’estensione e la ricchezza della piena adesione alla religione islamica: in primo luogo i cinque «pilastri dell’Islam», le colonne portanti della religione, gli atti di servitù all’unico Dio. Poi il compendio delle verità fondamentali, i sei «pilastri della fede». Infine, quell’essere buoni o fare del bene, in arabo ihsan, che si riassume nella serenità del fedele di fronte all’istantanea Conoscenza delle sue azioni e intenzioni, l’occhio divino che osserva ogni cosa e ogni cosa giudica determinando la sorte di ognuno in questo mondo e nell’aldilà. Ma la rilevanza del racconto sta soprattutto nella puntuale individuazione della bontà quale «adorazione», sottomissione autentica; vale a dire che la bontà, nell’animo e nel comportamento è indicata come un aspetto sostanziale della religione. Cosicché il vero credente non è solo chi testimonia, prega, digiuna, dona parte della sua ricchezza a favore della comunità, e compie il pellegrinaggio alla Mecca se è in grado di farlo; né è solo chi crede in Dio, negli angeli, nei libri celesti e nei profeti, nell’ultimo Giorno e in quel che Dio ha stabilito per le cose del mondo; ma è anche, necessariamente, una persona morale, benevolente e retta, di buon cuore e di buona coscienza.
Sull’importanza capitale della bontà, che non va affatto tenuta in subordine rispetto agli atti cultuali, c’è un altro detto del Profeta, citato dal rinomato Abu Dawud (m. 275/819 circa) nella sua opera di Tradizione: «Il credente, con la bontà del suo carattere, otterrà lo stesso grado di chi digiuna e prega». Ancora un esempio, dal dizionario dei primi convertiti messo a punto da un altro tradizionista di fama, al-Tabarani (m. 360/971): «Chiesero al Profeta qual è l’azione migliore. Rispose: – La bontà del carattere». Un ultimo esempio, dall’Ornamento dei santi dello storico persiano Abu Nu’aym al-Isfahani (m. 430/1038): disse il Profeta, «dovete avere un buon carattere, chi di voi ha il carattere migliore è il migliore di voi nella religione (din)».
Occorre dunque, innanzitutto, essere intenzionati al bene; il che si traduce, in diritto islamico, nel primato della niyya, l’intenzione, il retto proposito senza il quale le azioni compiute in ottemperanza alla Legge non hanno valore perché Dio non le accoglie; «le azioni sono secondo le intenzioni – recita il detto posto in apertura all’opera di Tradizione di al-Bukhari (m. 256/870), ancora sull’autorità di ‘Umar ibn al-Khattab; – per ogni uomo conta solo quanto intese fare».
L’intenzione è il criterio dell’azione, e anche il suo sostrato e la sua essenza: è vero che le etimologie non sono dirimenti per quanto riguarda il complessivo contenuto di senso delle parole, ma non si può negare che ne affinino la comprensione e che rivelino la percezione che di esse ha chi le impiega; e come insegna il più noto lessicologo del medioevo islamico, Ibn Manzur (m. 711/1311) nel suo dizionario La lingua degli Arabi, niyya o intenzione è prossima a nawat, che è il nocciolo di un frutto, oppure il seme di una pianta.
(I. Zilio-Grandi, Le virtù del buon musulmano, Torino, Einaudi, 2020, pp. 3-5)*
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