Gli dèi degli altri – Fondazione Collegio San Carlo

Gli dèi degli altri

Pluralismo religioso e integrazione nel mondo classico

  • venerdì 16 gennaio 2015 - 17.30
Centro Studi Religiosi

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Come veniva concepito a Roma il prestito delle divinità straniere, ovvero il loro accoglimento? Su questo argomento possediamo interessanti testimonianze. Esplorarle anche brevemente ci permetterà di stabilire un punto importante ed eliminare così l’eventualità di un equivoco. Se nelle religioni antiche è possibile far propria una divinità altrui, questo non implicava però che essa potesse essere automaticamente onorata e venerata all’interno della città, come se si trattasse di una divinità appartenente alla tradizione. Perché ciò potesse avvenire, infatti, la divinità straniera doveva passare attraverso un processo di accettazione ufficiale, deliberato dal Senato, che ne sanciva pubblicamente il culto. Fra le leggi di carattere religioso enunciate da Cicerone, si legge quanto segue: «nessuno abbia per sé dèi separati, né nuovi né stranieri, se non sono stati riconosciuti pubblicamente (publice adscitos); privatamente si onorino gli dèi che erano già ritualmente onorati dai padri». L’atteggiamento che emerge da queste prescrizioni è piuttosto severo: le divinità nuove – cioè sia di nuova creazione, sia straniere di importazione – per poter essere onorate debbono aver ricevuto un riconoscimento da parte dell’autorità statale. Per quanto riguarda i culti privati, invece, ci si affida piuttosto alle tradizioni degli antenati. (…)
Un antico erudito, Sesto Pompeo Festo, ci spiega quali erano le divinità straniere ufficiali, per dir così, e come venivano onorate: «Si chiamano culti stranieri (peregrina sacra) sia quelli che sono stati portati a Roma tramite l’evocatio, durante l’assedio di una città, sia quelli che sono stati richiesti, in periodo di pace, a motivo di determinate necessità religiose: come il culto della Magna Mater dalla Frigia, quello di Cerere dalla Grecia, quello di Esculapio da Epidauro. Essi vengono celebrati secondo il costume di coloro dai quali sono stati presi». Ma più che moltiplicare le testimonianze, ci interessa qui seguire l’itinerario mentale secondo cui i Romani si rappresentavano l’accettazione e il pubblico riconoscimento delle divinità. Il verbo comunemente usato per indicare questo processo, infatti, era adscisco, letteralmente «riconosco»: publice adscitos, dice la legge religiosa riportata da Cicerone a proposito degli dèi stranieri il cui culto era stato pubblicamente sancito, così come adscita erano stati i culti della Cerere greca e ugualmente adscita quelli della Magna Mater di Frigia. Ora adscisco è un termine tecnico, di ambito giuridico, che viene usato per indicare l’atto di cooptare qualcuno: si può essere adsciti a far parte del senato, ovvero, cosa che più ci interessa, con adscisco si può indicare l’atto di attribuire la cittadinanza a una persona, cooptandola all’interno della propria città. In qualche modo la divinità straniera, per essere integrata fra i culti della civitas, a Roma doveva essere resa «cittadina», cooptata fra i suoi membri (…). Il fatto è che per i Romani la cittadinanza non costituiva solo una forma giuridica o una pratica politica, ma una vera e propria «metafora cognitiva», un modo di pensare e organizzare la loro cultura.
Tornando alle divinità, altre affermazioni degli autori antichi mostrano come il percorso mentale che conduceva alla loro integrazione fosse costruito sul modello della cooptazione e della cittadinanza. Cicerone parla di Ercole, Esculapio, Castore e Polluce, Romolo come di divinità «che sono state accolte in cielo quasi fossero dei cittadini nuovi e avventizi (quasi novos et adscripticios cives)»; mentre Giuseppe Flavio, dalla sua prospettiva giudaica, criticherà il fatto che si sia permesso «agli oratori di dare cittadinanza, per decreto, a ogni dio straniero ritenuto utile». In realtà siamo di fronte a un modo di pensare molto radicato nella cultura romana, secondo il quale si presuppone che gli dèi siano a tutti gli effetti dei cittadini, o meglio dei «concittadini», membri sia pur divini della civitas. Come dice Cicerone, ancora nelle Leggi, «i Greci e i Romani, per accrescere la pietas nei confronti degli dèi hanno voluto che essi fossero residenti (incolere) nelle stesse città in cui lo siamo noi». (…)
Questa estensione della categoria di cittadinanza al mondo del divino propria della religione romana, e in particolare la pubblica cooptazione delle divinità straniere, costituiscono una configurazione culturale, come minimo, di grande originalità. Tale procedura prevede certo una forma di controllo statale sulle pratiche religiose pubbliche (non su quelle private). Allo stesso titolo, però, essa impedisce che una qualche divinità possa trascendere la Città e imporsi a essa come presenza assoluta: permettendo così a coloro che in questa divinità si identificano, o alle personalità che dicono di rappresentarla, di imporre il loro volere a tutti i cittadini. Al di là di tale aspetto, però, questo modo civico di configurare l’ingresso «fra noi» delle divinità straniere ha soprattutto il merito di farci riflettere sull’importanza della nozione di cittadinanza: evidentemente considerata a Roma così centrale da coinvolgere perfino il mondo degli dèi.

 

(da M. Bettini, Elogio del politeismo. Quello che possiamo imparare oggi dalle religioni antiche, Bologna, Il Mulino, 2014, pp. 93-97)*

(*) I titoli contrassegnati con l'asterisco sono disponibili, o in corso di acquisizione, per la consultazione e il prestito presso la Biblioteca della Fondazione Collegio San Carlo (lun.-ven. 9-19)

Presso la sede della Biblioteca, dopo una settimana dalla data della conferenza, è possibile ascoltarne la registrazione.

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