Pico della Mirandola e la scoperta della qabbalah nel Rinascimento

  • Giulio Busi

    Direttore del Dipartimento di Studi ebraici - Freie Universität Berlin

  • venerdì 03 Aprile 2009 - 17.30
Scuola Alti Studi

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Le 900 Tesi pubblicate da Giovanni Pico della Mirandola nel dicembre 1486 non sono soltanto uno dei testi più singolari di quel singolarissimo secolo che fu il Quattrocento. Le Tesi, ideate per una clamorosa disputa pubblica che non ebbe mai luogo, sono anche l’atto di nascita della qabbalah cristiana. Fu Pico infatti, allora appena ventitreenne, a portare il misticismo ebraico nel canone della sapienza umanistica. Grazie al mirandolano, i cabbalisti acquisirono un posto d’onore tra i maestri della prisca theologia, accanto ai filosofi greci e ai depositari delle dottrine ermetiche. Nella lezione verrà ricostruito il percorso di Pico alla scoperta delle fonti cabbalistiche, che erano rimaste fino allora inaccessibili ai cristiani, e l’avventura pichiana verrà inserita nella trasformazione rinascimentale del concetto di verità.

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«Con la parola ebraica qabbalah, che significa letteralmente «ricezione», si è soliti indicare la tradizione segreta del misticismo giudaico, e in particolare il movimento di pensiero di connotazione esoterica che prese l’avvio in Europa, a partire dal XII-XIII secolo. Già in età altomedievale con qabbalah si designava il patrimonio culturale ricevuto dalle generazioni precedenti, e trasmesso da maestro ad allievo o di padre in figlio. Nel suo valore di «ricezione», qabbalah enuncia infatti il concetto di continuità con il passato e anche il senso di responsabilità che questa eredità spirituale comporta. Secondo la concezione ebraica, ogni generazione è chiamata a recepire dalla precedente il complesso di valori e di insegnamenti su cui si fonda il giudaismo e deve a sua volta trasmetterlo a quella successiva. I mistici scelsero quindi il termine qabbalah per sottolineare come anche gli insegnamenti esoterici fossero un bene che il passato affidava loro affinché ne mantenessero la comprensione e ne diffondessero il messaggio, seppure negli ambiti ristretti che la difficoltà della materia richiedeva. Per la cultura tradizionale ebraica il legame con il passato ha sempre costituito il tema dominante, tanto che un’indiscussa autorevolezza veniva riconosciuta solo alle dottrine che potevano vantare una lunga eredità: anziché considerare lo scorrere del tempo come un progresso verso conoscenze sempre più certe, il passaggio di generazione in generazione veniva semmai visto come un pericolo per gli insegnamenti più antichi, che erano ritenuti di origine divina.
Al suo primo apparire come autonomo indirizzo culturale, la qabbalah si richiamò pertanto alla lunga storia del misticismo ebraico d’età tardoantica e altomedievale, di cui conservò alcuni dei temi fondamentali, soprattutto quelli riguardanti il rapporto tra l’energia divina e il cosmo. Gli scritti cabbalistici, pur traendo spunto dal testo biblico, contenevano ampie digressioni di tono cosmologico e illustravano come ogni parte del creato rispondesse a una segreta armonia del disegno trascendente. Nelle intenzioni dei mistici ebrei il sistema della qabbalah doveva servire a rendere più intensa la vita religiosa e a fornire una spiegazione simbolica non solo delle immagini e dei temi biblici ma anche delle azioni quotidiane prescritte per ciascun ebreo. Poiché il giudaismo è innanzitutto un agire in base a un complesso di norme e di principi, l’indagine mistica misurò la validità delle proprie raffigurazioni simboliche anche nell’esperienza quotidiana, facendo corrispondere agli aspetti materiali della liturgia i rapporti invisibili secondo cui l’energia divina regola il creato. Fin dai suoi esordi, la disciplina cabbalistica volle quindi essere innanzitutto un approfondimento spirituale, ben lontano dai tratti di esoterismo deteriore che vengono generalmente evocati dal termine italiano «cabala».
[…]
La rivalutazione del passato e l’intenso studio dei testi antichi, che si diffusero in Italia – e di qui in Europa – nel corso dei Quattrocento, portarono a un rinnovato interesse anche per le opere giudaiche postbibliche, sino allora quasi sconosciute al di fuori del ristretto ambiente degli intellettuali ebrei. In esse, gli umanisti cristiani cercavano innanzitutto una conferma alla loro fede, giacché ritenevano che nella letteratura ebraica (e in particolar modo negli scritti mistici) si celassero – prefigurate – le verità fondamentali della rivelazione cristiana. Così, in maniera molto esplicita, Giovanni Pico della Mirandola, nel suo De hominis dignitate (Sulla dignità dell’uomo), scrive, a proposito dei volumi ebraici: «Questi libri io mi sono procurato con spesa non piccola, ho letto con somma diligenza, con fatiche indefesse e ho visto in essi (…) non tanto la religione mosaica quanto quella cristiana. Ivi il mistero della Trinità, ivi l’incarnazione del Verbo, ivi la dignità del Messia (…). Ed in quello che riguarda la filosofia ti par di udire Pitagora e Platone, le cui affermazioni sono così simili alla fede cristiana, che il nostro Agostino reca a Dio grandissime grazie perché gli vennero in mano i libri platonici».
Del nascente interesse per la qabbalah, Pico (1463-1494) fu forse l’esponente più prestigioso; sebbene i suoi clamorosi gesti pubblici attirassero sulle dottrine esoteriche il sospetto dell’autorità ecclesiastica, essi suscitarono anche, e soprattutto, la curiosità del mondo erudito. Nel 1487 il conte Pico pubblicò 900 tesi, in parte ispirate alla qabbalah, che si riprometteva di discutere pubblicamente a Roma. Accusato di eresia, fu costretto a rinunciare alla disputa: solo la protezione di Lorenzo il Magnifico gli permise di trovare rifugio a Firenze dove, negli ultimi anni della sua vita, fu influenzato dalla predicazione di Girolamo Savonarola. Per acquisire conoscenza del giudaismo, Pico raccolse una pregevole biblioteca di manoscritti ebraici, che si fece tradurre in latino da alcuni collaboratori, come Yohanan Alemanno e il convertito Flavio Mitridate. Nonostante il suo sforzo pionieristico, interrotto dalla morte prematura, Pico apprese l’ebraico solo superficialmente e l’uso che fece delle fonti cabbalistiche deve molto alle interpretazioni dei suoi collaboratori. Il merito maggiore di Pico fu quello di additare al pubblico colto l’insospettata ricchezza del misticismo ebraico, sottolineandone la somiglianza con le teorie platoniche e con l’ermetismo d’età greco-romana, di cui cominciavano allora a diffondersi i testi».
(da G. Busi, La Qabbalah, Roma-Bari, Laterza, 1998, pp. 3-4 e 82-84)*

Riferimenti Bibliografici

-      G. Pico della Mirandola, Conclusiones nongentae. Le novecento tesi dell'anno 1486, Firenze, 1995;* -      G. Pico della Mirandola, La dignita dell'uomo, Bologna, 1970;* -      E. Garin, La cultura filosofica del Rinascimento italiano, Firenze, 1961;* -      G. Scholem, Le grandi correnti della mistica ebraica, Milano, 1965.*

(*) I titoli contrassegnati con l'asterisco sono disponibili, o in corso di acquisizione, per la consultazione e il prestito presso la Biblioteca della Fondazione Collegio San Carlo (lun.-ven. 9-19)

Presso la sede della Biblioteca, dopo una settimana dalla data della conferenza, è possibile ascoltarne la registrazione.

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