Utopie e distopie

  • venerdì 15 maggio 2009 - 17.30
Scuola Alti Studi

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Prima, durante e immediatamente dopo il crollo del Muro di Berlino, seguito dal crollo dell’Impero, sembrò a molti che fosse finita anche l’epoca dei grandi racconti epocali elaborati dai filosofi. Ma l’ottimismo era del tutto ingiustifìcato perché ai grandi racconti progressisti semplicemente si sostituirono quelli apocalittici. Siamo pieni di sciamani travestiti da filosofi che ogni giorno ci dichiarano che loro sanno qual è la caratteristica fondamentale dell’età nella quale ci è concesso di vivere, che loro sanno qual è il problema fondamentale che, senza saperlo, abbiamo tutti di fronte. Seminano paura e disperazione, riescono ad affascinare folle di giovani e di anziani e discutono tra loro, spesso con notevole acrimonia, per stabilire se è vero che «solo un Dio ci può salvare» oppure se è vero che nessuno ci salverà.

Se uno pensa alla storia come a un processo dotato di senso, sorretto (come riteneva non solo sant’Agostino, ma anche Giambattista Vico) da una Divina Provvidenza, i grandi mutamenti corrispondono a un piano o a un progetto. E questo vale anche per i pensatori «laici» perché ogni visione progressiva della storia si è fino ad oggi configurata come una forma di secolarizzazione che ha inscritto la vicenda umana entro il grande schema teologico della caduta e della redenzione. Per chi crede (come per esempio Auguste Comte nel 1830) di aver individuato «una grande legge fondamentale del processo storico», la storia è piena di cose dimenticate, errori, false credenze, ingenue illusioni. Comte credeva che il terzo stadio della civiltà (quello sociologico) sarebbe stato «il regime definitivo della ragione umana». Alla variegata famiglia di quelli che ritengono di aver individuato il senso o la direzione della storia (ovvero che comunicano ai loro simili di che cosa è storia la storia) appartengono personaggi molto diversi fra loro come Hegel e Comte, Marx e Spengler.

Ai “grandi racconti” dei filosofi, alle loro invincibili tendenze profetiche e smanie futurologiche c’è una sola tesi da contrapporre: quella di una varietà irriducibile all’unità, del totale non senso della riduzione ad unità di tutto ciò che accade. Della inutilità della celebre notte in cui tutte le vacche sono nere. Bisogna in primo luogo riaffermare che non è affatto vero (e tantomeno ovvio) che ogni età sia caratterizzata da un paradigma dominante, che non è vero che, siccome ogni uomo ha una sola faccia, allora ogni età ha avuto e deve avere un suo proprio e inconfondibile volto, una sua specifica episteme. Il dialogo tra teorie, tradizioni, metafisiche, ideologie, immagini del sapere, metodi di ricerca è stato sempre ed è tuttora – al contrario – continuo, insistente, reale. Ludwik Fleck era un medico-filosofo polacco che pubblicò, nel 1935, un libro del quale furono vendute poco più di 200 copie. Era intitolato Genesi e sviluppo di un fatto scientifico ed è uno dei più bei libri di filosofia pubblicati nel secolo scorso. Fleck vi paragonava l’impresa dello storico al tentativo di dar conto di un’animata discussione nella quale più persone parlano contemporaneamente cambiando spesso interlocutore. Si può allargare questa illuminante metafora aggiungendo che spesso le lingue sono diverse e pongono non facili problemi di traduzione; che il gruppo è arricchito dalla presenza di interpreti più o meno legittimati; che alcuni disputano sui contenuti mentre altri (i cosiddetti epistemologi) quasi sempre in totale disaccordo fra loro, enunciano presunte regole della conversazione rispettando le quali il gruppo vivrebbe per sempre armonioso e felice.

Non è proprio questa varietà, questa fitta conversazione, questa varietà di opinioni che (nell’esperienza di ciascuno di noi) caratterizza ciò che è accaduto negli anni trascorsi, che sta ora accadendo attorno a noi, e presumibilmente accadrà nei prossimi decenni? Non è forse vero che questa animata discussione dà talvolta luogo ad alterchi, che talora si passa dalle parole ai fatti, la discussione degenera in lite e urla selvagge prendono il posto delle parole e compaiono i coltelli e si sparge sangue e si odono grida di terrore e assistiamo al trasformarsi della nostra immaginaria stanza in un mattatoio?

La metafora di Fleck ci insegna qualcosa di fondamentale: che la civiltà alla quale apparteniamo non è né un’unità indifferenziata né una totalità omogenea. In essa si sono svolte e si svolgono alienazioni e lotte per la libertà, cedimenti morali e combattimenti per la verità, conformismi e ribellioni, gesti inconsulti e pacate discussioni, mistificazioni e analisi lucide. In essa hanno trovato posto sia il colonialismo sia il relativismo culturale, sia il razzismo e i pogrom e la Shoah sia l’affermazione dell’equivalenza delle culture e del relativismo culturale. Dentro le società che l’Occidente ha costruito sono nati gli ideali della tolleranza e della limitazione alla violenza, si è anche affacciata – forse per la prima volta nella storia del mondo – l’idea che era necessario abbandonare l’opinione che i diversi da noi fossero semplicemente barbari, che era addirittura possibile (come fece Montesquieu nel 1721) tentare di guardarsi dal di fuori, far finta di essere persiani in visita a Parigi, che era addirittura possibile (come molti pensarono degli indigeni americani o dei cinesi) che gli altri potessero essere migliori di noi.

 

(da P. Rossi, Speranze, Bologna, il Mulino, 2008, pp. 91-96)*

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