Razionalità

Una caratteristica dell'Europa?

  • venerdì 14 marzo 2008 - 17.30
Scuola Alti Studi

Il titolo di questa conferenza pubblica è contraddistinto dalla presenza di un punto interrogativo. Intendendo con un certo grado di approssimazione la razionalità come la capacità sia di pensare in modo fondato e coerente (razionalità teoretica), sia di agire in modo altrettanto fondato e conseguente (razionalità pratica), ci si deve infatti chiedere: è questa razionalità contraddistinta da forti specificità culturali o è piuttosto un tratto distintivo che possiamo ascrivere a tutti gli uomini in quanto tali?
Non è forse l'uomo l'animal rationale, quell'essere dotato di ragione che Immanuel Kant concepiva a prescindere da una determinata cultura? E ancora: i processi di razionalizzazione hanno avuto luogo nel solo contesto europeo o anche in altri contesti culturali? Sarebbe dunque meglio sostituire l'interrogativo "Razionalità – una caratteristica dell'Europa?" con la nuova domanda "Europa – una specifica forma di razionalità?".
Prima di individuare una risposta optando così per l'una o l'altra alternativa, è necessario compiere due considerazioni di ordine preliminare. La prima ha natura metodologica, la seconda concettuale. Da un punto di vista metodologico dovremmo distinguere con maggior precisione tra i processi di formazione/costituzione di un fenomeno culturale da una parte, e la loro validità ed efficacia dall'altra. Ogni qual volta ci si interroga sui processi di formazione, sviluppo e diffusione di un fenomeno culturale si resta legati al piano "empirico" e "storico", impegnati nella ricerca di quei nessi causali che corrispondono al tipo di realtà indagata e che ad essa si riferiscono. Quando ci si interroga invece sulla validità e sull'efficacia di tale fenomeno si fa slittare immancabilmente la riflessione su un piano normativo, ricercando una giustificazione possibilmente accettabile e condivisibile da parte di tutti.
La differenza tra queste due distinte prospettive può essere chiarita ricorrendo a un'ulteriore strategia di indagine. Heinrich Rickert, maestro di metodo per Weber, distingueva tra il significato universale di un fenomeno culturale e la sua validità generale. Un fenomeno culturale, in altri termini, può possedere un significato universale senza che gli si debba per ciò stesso attribuire immediatamente anche una validità generale. Esempio ne è il ruolo dell'economia nell'odierna società del capitalismo e della globalizzazione. Nessuno mai contesterebbe che l'economia influisca sulla nostra vita con pesanti ripercussioni, né che ciascuno dovrebbe avere interesse ad indagarne presupposti culturali, meccanismi di funzionamento e conseguenze: se ne può dunque parlare come di un fenomeno culturale dotato di un significato universale. Vi potrebbero però essere alcuni di noi pronti ad obiettare che questo tipo di fenomeno culturale abbia anche una sua validità generale. Essi vedrebbero all'opposto nell'economia capitalistica che contraddistingue l'era della globalizzazione un fenomeno culturale attraverso il quale l'esistenza dell'umanità è seriamente messa in pericolo.
È proprio perché il piano empirico-storico e il piano normativo si trovano di fatto posti in stretta connessione, pur dovendo essere mantenuti concettualmente ben distinti, che ci diviene inoltre comprensibile per quale motivo i fenomeni culturali nascano sempre in un contesto ben preciso, ma si diffondano poi al di là di esso fino ad acquisire un significato universale. È per questa stessa ragione, del resto, che possiamo comprendere come venga loro conferita anche una validità generale: impariamo infatti a decifrare in essi la presenza di un progetto di umanità nel quale ogni individuo si possa sentire potenzialmente coinvolto. Proviamo a riflettere per un solo istante su quale sia oggi la nostra posizione nei confronti dei diritti dell'uomo.
Essi hanno avuto origine in Occidente, e sono stati poi istituzionalizzati quali diritti innanzitutto negli Stati Uniti ed in Francia. Senza ombra di dubbio, però, essi furono all'origine associati ad un contesto culturale ben preciso: in particolare ai valori religiosi propugnati dal cristianesimo. Da un progetto culturale sull'uomo elaborato in uno specifico contesto è però derivato un progetto riguardante l'umanità intera, o almeno buona parte degli uomini dell'Occidente contemporaneo (e penso soprattutto ai paesi dell'Europa e all'America).
Alla luce di queste osservazioni introduttive e preliminari possiamo ora tornare momentaneamente al titolo di questa conferenza pubblica per operare al suo riguardo un'ulteriore precisazione. Ci chiederemo allora: "Europa – portatrice di una specifica forma di razionalità contraddistinta da un significato universale e da una validità generale?".

Riferimenti Bibliografici

- H.J. Berman, Diritto e rivoluzione. Le origini della tradizione giuridica occidentale, Bologna, il Mulino, 1998;*
- W. Schluchter, Lo sviluppo del razionalismo occidentale. Un'analisi della storia sociale di Max Weber, Bologna, il Mulino, 1987;*
- E. Troeltsch, Le dottrine sociali delle chiese e dei gruppi cristiani, 2 voll., Firenze, La Nuova Italia, 1941-60;*
- M. Weber, Sociologia della religione, a cura di P. Rossi, 4 voll., Torino, Edizioni di Comunità, 2002.*

(*) I titoli contrassegnati con l'asterisco sono disponibili, o in corso di acquisizione, per la consultazione e il prestito presso la Biblioteca della Fondazione Collegio San Carlo (lun.-ven. 9-19)

Presso la sede della Biblioteca, dopo una settimana dalla data della conferenza, è possibile ascoltarne la registrazione.

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