Dai martiri agli eroi

Un viaggio di sola andata o anche di ritorno?

  • lunedì 24 gennaio 2005 - 17.30
Centro Studi Religiosi

Martirio significa solidarietà con un gruppo minoritario e debole, discriminato, umiliato, ridicolizzato, odiato e perseguitato dalla maggioranza; tuttavia si tratta essenzialmente di un sacrificio solitario, anche quando viene suscitato da lealtà per la causa e per il gruppo che sostiene la causa. Accettando il martirio le future vittime non possono consolarsi che la loro morte favorirà la causa e renderà più probabile il suo trionfo finale. Nei termini concreti e pragmatici tipici della variante moderna di razionalità, la loro morte è praticamente inutile, forse addirittura controproducente: quanti più fedeli muoiono da martiri, tanto più sguarnite saranno le fila di chi resta a difendere la causa. Accondiscendendo al martirio, le future vittime della furia collettiva pongono la lealtà verso la verità al di sopra di qualsiasi autentico o presunto, individuale o collettivo, mondano, materiale, tangibile, razionale e pragmatico calcolo di benefìci e guadagni.
Questo è ciò che distingue i martiri dagli eroi moderni. Il meglio che i martiri potevano sperare in termini di guadagno era provare in modo definitivo la loro probità morale e il pentimento per i loro peccati, dunque la redenzione dell’anima. Gli eroi, d’altro canto, sono moderni: essi calcolano guadagni e perdite, vogliono che il loro sacrificio li ripaghi. Non esiste né potrebbe esistere l’idea di un “martirio inutile”. Viceversa i casi di “eroismo inutile”, di sacrifici non proficui, suscitano disapprovazione, deprecazione e sarcasmo. Quando dico “proficuo” non mi riferisco al guadagno monetario. Come i martiri, nemmeno gli eroi possono venire accusati di avidità o di qualsiasi altra motivazione egoistica e mondana. Essi compiono le loro azioni non perché si aspettano pagamenti per i loro servizi o compensazione per il disagio. Non si danno cura di comodità personali e sono pronti al sacrificio estremo, ma a un sacrificio dotato di scopo, che pongono al di sopra della loro sopravvivenza: vogliono che la loro morte serva a quel fine. Perché si possa convalidare la perdita della vita, bisogna riporre in quest’azione un valore maggiore di quanto possano recare le gioie della vita terrena. E tale valore deve essere più duraturo della vita individuale, per consenso comune breve e destinata a finire nel momento della morte. Mentre il senso del martirio non dipende da quel che accadrà in seguito nel mondo, il senso dell’eroismo sì. Rinunciare alla propria vita senza effetti palpabili, sprecando così l’occasione di caricare di gravità la propria morte, non è eroismo, ma prova di un errore di calcolo oppure di un atto di follia, anzi prova di una deprecabile negligenza del proprio dovere.

Riferimenti Bibliografici


– R. Girard, La violenza e il sacro, Adeplhi, Milano, 1980;*
– G.L. Mosse, L’uomo e le masse nelle ideologie nazionaliste, Laterza, Roma-Bari, 1988;*
– W. Schivelbusch, The Culture of Defeat. On National Trauma, Mourning and Recovery, Metropolitan Books, New York, 2003.*

(*) I titoli contrassegnati con l'asterisco sono disponibili, o in corso di acquisizione, per la consultazione e il prestito presso la Biblioteca della Fondazione Collegio San Carlo (lun.-ven. 9-19)

Presso la sede della Biblioteca, dopo una settimana dalla data della conferenza, è possibile ascoltarne la registrazione.

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