Emergenza dell'umano nell'antropologia religiosa comparata – Fondazione Collegio San Carlo

Emergenza dell'umano nell'antropologia religiosa comparata

  • Aldo Natale Terrin

    Professore di Fenomenologia della religione - Istituto di Liturgia Pastorale, Padova

  • venerdì 11 novembre 2005 - 17.30
Centro Culturale

Ha senso parlare della “religiosità” dell’uomo primitivo? E fino a che punto si può indagare e trovare tracce di questa appartenenza al mondo religioso dell’uomo preistorico?
Sono domande importanti che stuzzicano la curiosità e che spingono ciascuno di noi a mettere in campo i propri “apriori”. La tesi dell’Homo religiosus, di una religiosità intrinseca all’uomo è stata spesso sostenuta, ma a fino a che punto può essere condivisa? E d’altra parte, l’idea che l’uomo primitivo sia fuori dall’orizzonte religioso e sia orientato soltanto a soddisfare i bisogni primari nel contesto dell’ostilità della natura, ha forse maggiori possibilità di essere verificata?
Quanto più la storia si avvicina alla “preistoria” e tanto più noi siamo portati infallibilmente a far valere le nostre idee e a proiettare i nostri modi di vedere su quel mondo che ancora non è chiaro. In altre parole vorremmo contribuire a rischiarare il “senso religioso” o il “non senso religioso” secondo le nostre preferenze in modo tale che corrisponda ai nostri desiderata. E infatti se guardiamo a ciò che domandiamo già ci rendiamo conto di un “dislivello” impossibile a colmare. Altro è infatti travare qualche traccia, qualche espressione artistica che possa indicare una concettualità, una metafora, un’espressione dell’esistenza di un aldilà e altra cosa è parlare di “religione”. Un termine troppo ampio, troppo “ingombrante” oggi al punto che gli stessi storici delle religioni oggi lo vogliono ripudiare. Dunque fa già problema parlare di “religione”; ci viene rinfacciato l’uso che ne facciamo anche all’interno del mondo delle grandi religioni oggi esistenti. Si osserva che il termine è di origine cristiana e soltanto nella teologia protestante liberale ha incominciato a diffondersi e a propagarsi sotto l’onda coloniale europea in molti altri paesi del mondo (T. Fitzgerald). Soltanto nell’Ottocento venne infatti esteso a indicare le altre religioni. Dunque le difficoltà iniziali sono più grandi e rilevanti di quanto si possa pensare. Pur lasciando al suo destino il dibattito sulla religione, si può svolgere proficuamente il lavoro su due fronti.
Si può infatti trattare il presente argomento sotto due prospettive complementari: anzitutto ci si può mettere dal punto di vista degli studi di “antropologia culturale” in rapporto all’orizzonte del sacro. Ma si può svolgere l’argomento in maniera più empirica a partire dai “dati archeologici” e in particolare dalla “paleoantropologia” con i dati in nostro possesso e ricostruire qualche cosa del passato remoto dell’umanità.

PRIMA PARTE: L’antropologia culturale e le “teorie sull’origine della religone”.

In questo caso abbiamo da confrontarci allora con le grandi teorie sull’origine della religione presso i primitivi sorte nel XIX sec. secondo le tesi di M. Mueller, E. B. Tylor, R. Marrett, J. G. Frazer, E. Durkheim, R. Otto. Ed è necessario perciò compiere una rivisitazione della storia dell’antropologia culturale religiosa con i temi e le teorie più conosciute come quella della “mitologia della natura” di M. Mueller, la tesi dell’”animismo” di Tylor, la tesi del “magismo” di Frazer, quella dell’”animatismo” del Marrett, del “funzionalismo religioso” di Malinowski, e quella della “fenomenologia della religione” di R. Otto e N. Soederblom.
In questo modo si discute ciò che gli antropologi a loro volta hanno discusso nel XIX sec. Si fa in qualche modo una storia della storia dell’antropologia religiosa.

SECONDA PARTE: La paleoantropologia e referti preistorici riguardanti l’esperienza religiosa.

Vi è un secondo modo di avvicinarsi all’ “emergenza dell’umano” in chiave religiosa. Questo secondo modo di trattare l’emergenza dell’umano sarebbe più appropriata però appare più difficile. Si tratterebbe di analizzare il lavoro non più degli “antropologi culturali”, ma piuttosto il lavoro dei “paleoantropologi” che in questi ultimi anni hanno arricchito notevolmente il loro dossier e le loro documentazioni sull’uomo preistorico. E dunque si dovrebbe presentare i reperti dal punto di vista religioso e vedere in che misura è possibile distinguere qualche elemento religioso in una cultura primitiva e preistorica. In questo caso ci si dovrà basare unicamente sui referti archeologici e partire da un certo periodo della preistoria – indicativamente paleolitico medio (100.000 a.C.) da quando cioè è possibile avere dei riferimenti abbastanza qualificanti circa il riconoscimento di oggetti culturali e a sfondo religioso. A partire dunque essenzialmente dall’uomo di Neandertahl e poi continuando con l’Homo sapiens. Sarà un’avventura importante che ci aiuterà a capire le origini del nostro mondo esperienziale e embrionalmente religioso.

Riferimenti Bibliografici


- W. Burkert, La creazione del sacro, Milano, 2003;*

- F. Facchini e P. Magnani (a cura di), Miti e riti della preistoria, Milano, 2000;*

- J. Ledoux, Il cervello emotivo, Milano, 1998;

- A. Leroi-Gourhan, Il gesto e la parola, Torino, 1977, 2 voll.;*

- J. Ries (a cura di), Le origini e il problema dell’homo religiosus, Milano, 1989.

(*) I titoli contrassegnati con l'asterisco sono disponibili, o in corso di acquisizione, per la consultazione e il prestito presso la Biblioteca della Fondazione Collegio San Carlo (lun.-ven. 9-19)

Presso la sede della Biblioteca, dopo una settimana dalla data della conferenza, è possibile ascoltarne la registrazione.

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