La fabbrica dell’uomo nuovo

Creazione e controllo dell’individuo-massa nel totalitarismo

  • Simona Forti

    Professoressa di Storia delle dottrine politiche - Università del Piemonte Orientale

  • venerdì 02 dicembre 2005 - 17.30
Centro Culturale

«Con una mossa simile a quella compiuta da Lévinas, la Arendt sembra giungere all’enucleazione di una sorta di ‘metafisica totalitaria’ di cui l’ideologia nazista e stalinista sarebbero gli esempi più coerenti. Da dove deriva la hybris costruttivistica di queste ideologie, la loro ambizione di costruire ex novo l’umanità? Da dove nasce la loro volontà di assecondare, anzi accelerare, il corso necessario della storia? In che cosa si radica il bisogno di un terrore che destabilizzi permanentemente, quasi ne costituisse il suo movimento vitale, il corpo politico? E da ultimo, ma fondamentale, perchè l’uomo non è stato ridotto, nei campi di sterminio, non a semplice animale, ma a materiale organico? Queste sono le domande che Hannah Arendt si pone e alle quali il suo saggio del 1953 risponde ormai in maniera compiuta, lasciando intravedere sullo sfondo una riflessione che cerca di scoprire il legami indiretti tra la nostra tradizione filosofica e la ‘metafisica totalitaria’. Entrambe, a loro volta, lette come sintomi di una più generale e pervasiva modalità di rapportarsi al mondo e all’umano. È una micidiale combinazione quella che si realizza nell’amalgama teorico delle ideologie totalitarie: al delirio di onnipotenza soggettivistico, che in molti modi ha accompagnato l’affermarsi della filosofia moderna, si aggiunge il portato di quella straordinaria rivoluzione intellettuale avvenuta nella prima metà del XIX secolo, che ha come risultato una nuova fede nel telos immanente della storia. Essa rifiuta di accettare «qualsiasi cosa così com’è», per interpretare «tutto come semplice stadio di un ulteriore sviluppo». Che si richiami alla potenza della Natura, come il nazionalsocialismo, o alla forza delle leggi della Storia, come lo stalinismo, poco importa. Il punto è che, grazie all’imperativo della necessità dialettica e processuale, la metafisica totalitaria deve oltrepassare la semplice oppressione, per mirare a qualcosa di ben più radicale. Perchè – e ci stiamo avvicinando a uno dei nodi cruciali dell’interpretazione filosofica del totalitarismo – nei sistemi totalitari non è in gioco la sofferenza, che sempre si combina con la mancanza di libertà, né il numero delle vittime, elevato ogni qualvolta si abbia a che fare con una tirannide. Nel totalitarismo è appunto in gioco la natura umana in quanto tale. Ciò a cui infatti esso mira è costruire una nuova umanità, dalla quale estirpare ogni tratto di spontaneità che non sia riconducibile a una legge storica. E per raggiungere l’obiettivo, esso deve prima di tutto riuscire a distruggere la capacità umana di pensare.
A questo scopo nulla è più efficace che inchiodare il pensiero a un’unica attività: quella del ragionamento logico. Un’ideologia diventa davvero totalitaria quando il riferimento originario all’idea viene monopolizzato, e infine distrutto, dalla logicità con cui si pretende di attuarla. Sia le formulazioni ideologiche del regime sia la mente che le accetta e le interiorizza devono funzionare secondo i criteri di una micidiale coerenza. Devono cioè scongiurare il pericolo dell’irruzione del reale, che potrebbe venir percepito da un pensiero ancor troppo permeabile al potere contraddittorio della fatticità. A tal fine, le ideologie «ordinano i fatti in un meccanismo assolutamente logico che parte da una premessa accettata in modo assiomatico, deducendone ogni altra cosa; procedendo così con una coerenza che non esiste affatto nel regno della realtà». La preparazione richiesta dal totalitarismo, tanto alle vittime quanto agli esecutori, non consiste nell’acquisizione dei contenuti ideologici – il razzismo o il materialismo dialettico – ma nell’assunzione, senza riserve, delle procedure logiche. Sia che si tratti dell’idea della società senza classi, sia che ci si riferisca all’idea della razza superiore che deve dominare la terra, ciò che è decisivo sta nel riuscire a togliere di mezzo tutto ciò che potrebbe contraddire la prima premessa. Il pensiero ideologico si emancipa così dall’esperienza reale e si rende impermeabile nei confronti di ciò che davvero accade. L’ideologia ha buon gioco, una volta isolato il pensiero dal mondo, nell’insistere su una realtà ‘più vera’, nascosta dietro le cose che si percepiscono con gli inaffidabili cinque sensi. «La camicia di forza della logica», «la sua coercizione puramente negativa» – che nell’ambito filosofico ha un corrispettivo in quel principio di identità che mette al bando le contraddizioni – si dimostra così altamente produttiva nell’erigere un sistema immaginario, «più vero», in cui la realtà, omologata senza residui all’ideologia, viene completamente depotenziata nei suoi aspetti di disturbo per la mente umana. Il funzionamento totalitario manipola la datità – sia attraverso la propaganda sia attraverso il terrore – a tal punto da farla scomparire nella sussunzione sotto l’idea che funge da unica premessa indiscussa dell’ideologia. È per questi motivi che, paradossalmente, soltanto nell’inferno di Auschwitz diventa tragicamente vera quell’identità di Idea e Realtà, di Essere e Pensiero, su cui la metafisica da Platone a Hegel non ha mai smesso di insistere. Nei campi di sterminio sembra inverarsi quella che era una pura astrazione del pensiero.
Se un dominio così pervasivo sulla mente è riuscito ad affermarsi, osserva la Arendt, significa che esso ha risposto a una situazione di bisogno e di mancanza dell’uomo. Una mancanza e un bisogno che da esperienze limite e marginali si sono trasformate in un’esperienza di massa. Quel senso di estraneità che di solito si prova in certe malattie mentali o in alcune situazioni limite della vecchiaia, in cui le relazioni con l’esterno e con gli altri vengono interrotte, è diventato la condizione esistenziale universale su cui fa leva il potere totalitario. È quell’«assenza di mondo» che non consiste solo nella desolazione che si prova quando la propria esistenza è diventata superflua, come nel caso degli apolidi, di tutte le non-persone che insieme alla cittadinanza hanno perso ogni diritto a trascendere la loro sopravvivenza. Ma è l’estraneazione che si vive di fronte a un « mondo che viene messo in discussione nella sua realtà effettiva» dai trionfi totalitari – come scrive Lévinas –, a un mondo che si chiude ermeticamente sul proprio spettrale funzionamento autoreferenziale – come dirà Derrida. In tale universo ‘paranoico’ gli uomini e le donne concreti, così come i singoli fatti, non sono che un intralcio minaccioso al compimento della grande impresa della ricostruzione del reale e dell’umano. Quelle ipostasi che nelle visioni dialettiche e processuali corrispondevano al Soggetto Storico dell’umanità e alle leggi della Storia sembrano abbandonare il loro ruolo di innocue immagini filosofiche per diventare micidialmente reali nel totalitarismo».
(S. Forti, Introduzione, in Id., La filosofia di fronte all’estremo, Torino, Einaudi, 2004, pp. xv-xviii)*

Riferimenti Bibliografici


- AA.VV., Totalitarismo, in «Filosofia politica», XI, 1997, n. 1;*
- H. Arendt, Le origini del totalitarismo, Torino, 1999;*
- F. Fédier, Totalitarismo e nichilismo, Como-Pavia, 2003;*
- R. Gatti (a cura di), Il male politico, Roma, 2000.*

(*) I titoli contrassegnati con l'asterisco sono disponibili, o in corso di acquisizione, per la consultazione e il prestito presso la Biblioteca della Fondazione Collegio San Carlo (lun.-ven. 9-19)

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