Hölderlin e il nazismo

Una retorica del destino

  • Stefano Poggi

    Professore di Storia della filosofia - Università di Firenze

  • venerdì 11 maggio 2018 - Ore 17.30
Scuola Alti Studi

Nella primavera del 1943 – quando le armate del Terzo Reich erano ormai sulla difensiva su tutti i fronti – appariva a Tübingen, presso l’editore Mohr, un elegante volume dal dorso in tela azzurro cenere e stampato su una carta che, visti i tempi, era senz’altro di buona qualità. Il volume era curato dal germanista Paul Kluckhohn, editore di Novalis e co-fondatore della “Deutsche Vierteljahrsschrift für Literaturwissenschaft und Geistesgeschichte”. I saggi che vi erano raccolti celebravano la memoria di Hölderlin a cento anni dalla morte. Come il curatore avvertiva nella premessa, il confezionamento del volume era stato pesantemente condizionato dalla guerra, con la forzata defezione di molti collaboratori. Ma non solo per questo il volume non arrivava a delineare un’immagine unitaria di Hölderlin: alle tensioni intrinseche all’intera opera di Hölderlin si erano aggiunte anche quelle legate ai “nostri tempi”, soggiungeva Kluckhohn con un’annotazione sfumata ma non priva di un qualche coraggio forse consentitogli dal suo prestigio di germanista. In ognuno dei saggi raccolti nel volume – tra questi, quello poi destinato a grande celebrità di Martin Heidegger su Andenken – non era infatti difficile cogliere l’eco della tragedia che già incombeva sulla Germania, anche se quell’eco non era sempre della medesima intensità, ora sovrastata dalla certezza nei destini del popolo tedesco, ora invece attenuata dall’evocazione dei temi più intensi e ricorrenti della produzione poetica e drammatica di Hölderlin.

Non era comunque un’immagine per così dire “conciliata” dell’intera opera di Hölderlin che i contributi al volume fornivano, e anzi quelli di maggior vigore e più convincenti erano i contributi in cui più ne veniva sottolineata l’intrinseca tragicità. L’opera poetica – e quella filosofica – di Hölderlin erano infatti apparse pervase da un senso tragico dell’individuo e del suo destino, destino irrevocabilmente segnato dalla “fuga” degli dèi dal mondo, dalla durezza della constatazione di quali sono le leggi della natura e quindi anche della storia cui l’umanità è assoggettata. Ne sono prova le metafore, le immagini, le evocazioni simboliche delle composizioni poetiche di Hölderlin in cui più è presente il senso del divino e del cosmico. Con esso, quello di una natura indifferente alle vicende degli uomini come individui che tali sono in forza dell’organismo vivente in cui si risolvono, in un breve ciclo di esistenza che nutre l’ingenua o assurda convinzione di potere essere parte attiva della storia, della vicenda di una umanità sulla quale comunque pesa – e pesa in modo decisivo – il radicamento nei processi di natura, il sottostare ai ritmi immutabili di quest’ultima, al corso dei pianeti che sono descritti dalla purezza della scienza che ne calcola le orbite.

Perché allora non chiedersi se – ed eventualmente quanto – la poesia di Hölderlin non abbia anche dato il suo contributo all’instillare nei giovani tedeschi dei primi due decenni del secolo XX il senso della tragica relatività dell’individuo dinanzi ai processi di una natura di cui le scienze altro non farebbero che confermare l’algida impersonalità – e con essa quella di una storia che nella natura comunque è fondata? Quel senso apriva la strada a che maturasse il convincimento che il riscatto da tale tragica relatività era possibile solo a prezzo del proprio sacrificio come dichiarazione di appartenenza a una più ampia comunità: non certo però quella dello spirito cosmopolita dei lumi, ma quella della nazione tedesca, per ben due volte, nell’arco di trenta anni, precipitata nel baratro di una guerra da essa stessa scatenata. Qual era il messaggio che, con i versi di Hölderlin, effettivamente giungeva ai giovani tedeschi già prima nelle aule del Gymnasium e poi delle università, e quindi al fronte, a Stalingrado nell’inverno del 1942 fino a Berlino nell’aprile del 1945? Non era forse quello del supremo sacrificio nel rogo finale del Reich millenario e quindi del ritorno al caos primigenio evocato anche da Martin Heidegger nelle sue conferenze degli anni ’40 intorno a una delle composizioni più celebri di Hölderlin: Wie wenn am Feiertage, edita nel 1910 da Norbert von Hellingrath, volontario della Prima Guerra Mondiale e caduto a Verdun nel 1916?

Presso la sede della Biblioteca, dopo una settimana dalla data della conferenza, è possibile ascoltarne la registrazione.

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