La questione della laicità nella Francia contemporanea

Analisi di una controversia

  • Philippe Portier

    Directeur d’études – École Pratique des Hautes Études, Paris

  • martedì 05 giugno 2018 - Ore 17.30
Scuola Alti Studi

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Senza dubbio oggi ci troviamo in una nuova età della laicità francese. Il cambiamento può essere colto su due livelli. Da un lato, lo Stato ha intrapreso un percorso di «de-differenziazione». Portatore della trascendenza repubblicana, fino a ieri sovrastava la società e, di conseguenza, relegava l’istanza religiosa al di fuori della sfera pubblica. Ora questo modello tende a scomparire: la politica si apre sempre più volentieri al sociale, così moltiplicando le zone di contatto con le Chiese. Questa relazione sembra essere il prodotto di due realtà dialetticamente interdipendenti. È innanzitutto il risultato della porosità dell’etica comune al particolarismo: l’opinione non si riconosce più nell’universo normato della Repubblica tradizionale e ritiene piuttosto che ognuno debba poter affermare liberamente le proprie specificità costitutive, finanche nello spazio pubblico. Essa deriva inoltre dall’ammissione da parte dell’istanza statale, conformemente al modello europeo, della propria sussidiarietà: in un mondo colpito dalla crisi dell’universale e dal desiderio di radicamento, il centro non può più pretendere di esprimere da solo l’interesse generale e occorre che si appoggi, per costruire ordine e senso, sui raggruppamenti intermedi (le regioni, le professioni, le religioni) in cui si fissano, ormai in larga maggioranza, i sentimenti identitari collettivi. Dall’altro lato, si osserva come il cittadino abbia invece intrapreso un percorso di «ri-particolarizzazione». La società moderna si è costituita sul principio della separazione tra cittadino e credente: impegnata a promuovere una razionalità astratta, la legge si è vietata di tener conto, salvo eccezioni, delle caratteristiche confessionali (o regionali o etniche) dei propri destinatari. Oggi accade esattamente il contrario. Il modello francese continua «certamente a opporsi, secondo l’espressione della Corte Costituzionale, al riconoscimento di diritti collettivi attribuiti a gruppi particolari definiti a partire da una comune origine, cultura, lingua o fede». Tuttavia riconosce agli individui, oltre ai diritti civili, politici e sociali, il beneficio di una nuova categoria di prerogative giuridiche: i «diritti culturali», che permettono al «dato comunitario» di rivendicare la performatività di cui la Terza Repubblica lo aveva privato.

Questa trasformazione è forse il segnale, come ritengono alcuni, di un ritorno al regime concordatario dei «culti riconosciuti»? Senza dubbio no. La laicità odierna ha una forma propria. Innanzitutto, è sotto il segno della libertà che si produce la presenza pubblica della fede. L’ordine napoleonico era segnato da una pesante tendenza al giurisdizionalismo. Nello stesso momento in cui sosteneva finanziariamente e simbolicamente le Chiese, lo Stato le poneva sotto sorveglianza: interveniva nella nomina dei chierici e censurava gli atti ecclesiastici. Il sistema contemporaneo si basa su una logica diversa. Poiché ha l’ambizione di dare a ciascuno la possibilità di esprimere, tanto nella sfera pubblica quanto nella sfera privata, il proprio «essere autentico», il potere politico non ha ormai alcuna intenzione di sottomettere alla propria tutela le istituzioni della fede: riconosce loro il potere di esprimersi a proprio piacimento, di organizzarsi secondo i propri desideri, di nominare alla propria guida i ministri che preferiscono. Tale apertura si fa dunque nel nome della pluralità. Il regime concordatario non accordava il suo sostegno che a quattro culti: il cattolicesimo, il protestantesimo luterano e riformato, l’ebraismo. Si trattava di trasformare in diritto una determinata realtà sociologica, oltre che di rispondere a una particolare concezione filosofica: si pretendeva che la morale comune si fondasse sul Dio legislatore della Bibbia. Il regime attuale non conosce queste restrizioni. Fondato sul relativismo dei valori, accetta di registrare, senza censurarle, le infinite domande che provengono dalla società civile e, in questa prospettiva, di rendere giustizia alle richieste dei culti più diversi, per debole che possa essere la prova della loro integrazione nell’ordine democratico. Pierre Manent ha recentemente descritto questa tendenza con una formula: in mancanza di un’idea direttrice (religiosa o kantiana) sulla quale basare la sua legislazione, lo Stato si trova ormai nella situazione di dover «abbracciare tutte le opinioni».

 

(da P. Portier, De la séparation à la reconnaissance. L’évolution du régime français de laïcité, in J.-R. Armogathe e I.-P. Willaime, a cura di, Les mutations contemporaines du religieux, Turnhout, Brepols, 2003, pp. 22-23)*

(*) I titoli contrassegnati con l'asterisco sono disponibili, o in corso di acquisizione, per la consultazione e il prestito presso la Biblioteca della Fondazione Collegio San Carlo (lun.-ven. 9-19)

Presso la sede della Biblioteca, dopo una settimana dalla data della conferenza, è possibile ascoltarne la registrazione.

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