Il secolo serio

Sul ritmo narrativo ottocentesco

  • Franco Moretti

    Professore di Letteratura comparata - Stanford University

  • venerdì 20 aprile 2001 - 17,30
Scuola Alti Studi

Ernst Bloch chiamò a suo tempo “contemporaneità del non-contemporaneo” quel paradossale stato di cose secondo cui molte persone, pur vivendo nella stessa epoca, appartengono però, dal punto di vista culturale o politico, a epoche diverse. (…) La non-contemporaneità è connessa a una posizione specifica entro il sistema-mondo: ignota agli Stati del centro, relativamente omogenei, essa è tipica della semiperiferia, dove prevale viceversa lo sviluppo combinato. Ed è appunto lì che troviamo molti dei capolavori della forma epica moderna: nella Germania ancora divisa di Goethe (e del primo Wagner); nell’America di Melville (il Pequod: caccia sanguinaria, e produzione industriale); nell’Irlanda di Joyce (una colonia, che parla però la stessa lingua dell’occupante); in alcune zone dell’America Latina. Tutti luoghi di sviluppo combinato: dove coesistono in uno spazio ristretto forme sociali e simboliche storicamente disomogenee, e spesso originarie di luoghi del tutto diversi. In questo senso, il Faust non è “tedesco”, come non è “irlandese” Ulisse, o “colombiano” Cent’anni di solitudine: sono davvero tutte opere mondo, il cui referente geografico non è più lo Stato-nazione, ma un’entità più ampia: un continente, o il sistema-mondo nel suo insieme.
Alla costruzione dell’identità nazionale, che è ormai demandata alla forma-romanzo, subentra così, per l’epica, un’ambizione geografica molto più vasta: un’ambizione planetaria, di cui il Faust è l’archetipo indiscusso. È avvenuto il decollo del sistema-mondo: e si è anche trovata una forma simbolica per questa nuova realtà. (..)

L’esperienza fondamentale del progresso consiste nel trasformare la sincronia in diacronia: prendere dei dati geografici in sé neutri (forme sociali di tipo diverso), e disporli secondo una teleologia ascendente – che finirà poi col legittimare il dominio dell’Occidente “avanzato” sulla periferia “arretrata”. Per le opere mondo, che lavorano anch’esse su fenomeni non-contemporanei, non ci sarebbe nulla di più logico che condividere questo finalismo. E in effetti, qualcuno se ne incontra, che segue da vicino la filosofia della storia: La tragedia dell’uomo, di Imre Madach, del 1862 (che comincia con Adamo ed Eva; e poi i faraoni, Milziade, patrizi e cristiani, Keplero, Danton…); o Ritorno a Matusalemme, di Shaw, che è forse la massima porcheria della letteratura universale. Ma il Faust è un’altra cosa. E non solo perché è meglio. È che, a leggerlo in chiave teleologica, risulta semplicemente incomprensibile. Parte dal Rinascimento della Corte Imperiale, e di qui passa poi alle Madri, che esistono prima e fuori del tempo; torna al Rinascimento, dove piombano gli assignats della Rivoluzione francese; poi va indietro, alla Notte classica di Valpurga, la vigilia di Farsalo; ancora indietro, tra Omero e i tragici, con l’atto di Elena; avanti fino alle Crociate; indietro all’Arcadia; due millenni avanti, nella visione di Byron, e poi di nuovo al Rinascimento; si evocano gli spettri delle guerre medievali; si va avanti fino all’Olanda, e poi alle visioni industriali di Faust morente; e si finisce in un’atmosfera cattolico-mariana, tra Medioevo e Controriforma.(..)
In questo campo metaforico che sembra accomunare un po’ tutta la cultura europea, lo spostarsi avanti e indietro nel tempo di Faust e Mefisto perde la sua insensatezza: se all'”antico” sostituiamo il “lontano”, lo zig-zag ci appare infatti come una serie di spedizioni geografiche, dove l’arrivo in epoche remote racconta (e maschera) lo sbarco in paesi lontani. E quanto poi al gioco goethiano con il passato, o a quei personaggi leggendari che finiscono col “lavorare” per Faust – metafore anch’esse: del giocare con il mondo, e di un potere concreto, al presente, su persone reali. E poiché ogni metafora comporta sempre un versante emotivo, un giudizio di valore, aggiungiamo: sono, ancora una volta, delle metafore innocenti, che presentano il potere dell’Occidente come un che di fondamentalmente innocuo. Far violenza al passato, alla fin fine, è una cosa da nulla. Non si può far del male a un fantasma.
L’ipertrofia della cultura storica, suona una delle tesi più brillanti del giovane Nietzsche, fu “danno, colpa e difetto” del diciannovesimo secolo. (..) E se rovesciassimo questa ipotesi? Se la storia profusa a piene mani dalle opere mondo fosse proprio l’illusione propizia per un’Europa ben decisa alla conquista del pianeta? Le “enciclopedie ambulanti” derise da Nietzsche come esiti grotteschi di un secolo malato di storia – eccole; Faust, Ulisse, Cantos, Terra desolata…Grazie a loro, l’occidente ha acquistato l’ampiezza di sguardo consona al suo nuovo potere mondiale: mantenendosi però a distanza di sicurezza dalla cruda verità geografica.

(da F. Moretti, Opere Mondo, Einaudi, Torino 1994, pp. 39-50)

Riferimenti Bibliografici


- AA.VV., Problemi di teoria del romanzo, Einaudi, Torino, 1976;
- M. Bachtin, Estetica e romanzo, Einaudi, Torino, 1979;*
- N. Frye, Anatomia della critica, Einaudi, Torino, 1969;*
- F. Moretti, Il romanzo di formazione, Garzanti, Milano, 1986;*
- F. Moretti, Atlante del romanzo europeo 1800-1900, Einaudi, Torino, 1997;*
- F. Orlando, Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura, Einaudi, Torino, 1993*.

(*) I titoli contrassegnati con l'asterisco sono disponibili, o in corso di acquisizione, per la consultazione e il prestito presso la Biblioteca della Fondazione Collegio San Carlo (lun.-ven. 9-19)

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