Innovazione – Fondazione Collegio San Carlo

Innovazione

Reinventare forme di produzione e di consumo in Europa

  • Enzo Rullani

    Presidente Centro studi TeDIS - Venice International University

  • mercoledì 25 febbraio 2009 - 17.30
Centro Culturale

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L’economia dell’impresa diffusa ha contribuito allo sviluppo economico degli ultimi trent’anni. Ha inoltre plasmato l’organizzazione e la cultura sociale, dando vita a una ragionevole, ma efficace, sintesi di locale e globale, di tradizione e modernità. Ma sarebbe insufficiente oggi, arrivati sulla soglia di grandi cambiamenti, guardare al passato senza proiettarlo nel futuro. Se si fa questa operazione non si tarda a rendersi conto che siamo ormai arrivati a un punto di svolta. Il modello di sviluppo che abbiamo alle spalle domina, con i suoi risultati, il presente, ma ha esaurito la sua spinta propulsiva.
Il primo passo di questa politica di riposizionamento è quello di rendersi conto delle ragioni – non contingenti, ma durevoli – che spiegano come mai il trend dello sviluppo precedente abbia esaurito la sua forza propulsiva. Prima di tutto c’è una ragione endogena: la crescita ha consumato le sue premesse. Che erano basate su un meccanismo moltiplicativo di conoscenze importate – attraverso macchine o tecnologie esterne – che si radicavano nel territorio a partire dall’iniziativa di poche persone e di poche imprese, allargandosi poi a macchia d’olio fino a coinvolgere centinaia di lavoratori e di imprenditori. È in questo modo – attraverso i rendimenti crescenti della propagazione moltiplicativa – che si sono formati sistemi locali di piccole e piccolissime imprese, capaci di competere nel circuito della modernità, anche se in settori non di punta.
La foresta ha preso forma, gradualmente, a partire da alcuni semi. Dunque ci sono voluti semi nuovi, ottenuti a basso costo, che sono stati messi alla prova sul terreno locale; ma questi hanno attecchito e si sono moltiplicati perché il terreno locale era abbondante e ben concimato. L’industrializzazione non dipendeva tanto dai primi isolati focolai di innovazione, ma dalla possibilità di propagare le prime iniziative utilizzando l’abbondante riserva di lavoro, di spazi e di ambienti localmente disponibile e lavorando per progressiva contaminazione. È in questo modo che, nel sistema locale, un’idea è diventata cento idee, un’impresa cento imprese.
Finché, alla fine, la riserva di lavoro, di spazi e di ambiente si è esaurita. E la crescita ha cominciato a girare a vuoto, avendo perso le sue precedenti capacità moltiplicative. Si è allora scoperto che non serve a nulla disporre di semi (innovazioni) importati dall’esterno o prodotti a basso costo all’interno se questi non possono propagarsi in un vasto terreno libero e disponibile. In un sistema che ha raggiunto la piena occupazione, che ha esaurito gli spazi disponibili e che è diventato sempre meno tollerante sulla pollution ambientale il nuovo può crescere non più per addizione, ma solo per sostituzione, ossia strappando lavoratori, spazi, risorse al vecchio. E questo è molto più difficile e costoso. Pone inoltre problemi politico-istituzionali non indifferenti: chi arbitra la lenta chiusura o delocalizzazione delle vecchie attività, a basso valore aggiunto, per far posto alle nuove che si sperano migliori e più solide, ma che non hanno ancora – di per sé – abbastanza forza da imporsi autonomamente sul mercato? Lo sviluppo quantitativo è condannato, in queste circostanze a diventare sviluppo qualitativo: uno sviluppo, cioè, che non si realizza aumentando il numero degli occupati o dei metri quadri assegnati alle attività produttive, ma aumentando il valore aggiunto prodotto da ciascun occupato e da ciascun metro quadro. In che modo?
La risposta è una sola: aumentando l’intelligenza incorporata nelle attività degli attuali occupati e degli attuali spazi. Ossia aumentando l’intensità del capitale intellettuale, relazionale e sociale di cui ogni addetto può disporre. Certo, per entrare in questo diverso circuito di crescita, occorre modificare sia i semi dello sviluppo che il terreno su cui farli crescere. I semi dello sviluppo non possono essere più dati da conoscenze a basso costo che sono importate dall’esterno (macchine, tecnologie) o autoprodotte a costo zero dal learning by doing interno; ma devono essere conoscenze che sono condivise in reti globali di scambio, collaborazione, partnership; e, per la parte auto-prodotta, devono essere conoscenze originali, generate da investimenti espliciti in ricerca, innovazione, sperimentazione.
Due modalità che in passato sono state poco o per niente praticate, e che oggi diventa importante avviare attraverso soggetti che siano disposti a fare gli investimenti necessari. Ma anche il terreno in cui questi nuovi (e più “difficili”) semi devono propagarsi non può essere lo stesso: non basta avere lavoro e spazi disponibili perché una nuova idea o una nuova soluzione si propaghi. A parte il fatto che non ci sono più né lavoratori disponibili né spazi liberi, bisogna tenere presente che la propagazione oggi non può essere frutto della contaminazione informale tra tutto ciò che è vicino, fisicamente contiguo. Se non si capisce come funziona un computer, o una macchina a controllo digitale, non è che si può catturare eventuali soluzioni innovative stando fisicamente vicino al computer o alla macchina, osservandole mentre lavorano, parlandone con gli amici al bar o con i parenti a casa. Né si può immaginare di metterci “dentro” le mani, procedendo a smontare e rimontare l’oggetto della curiosità o del desiderio, come si è fatto con tante strumentazioni puramente meccaniche. Il fatto è che il computer o la macchina a controllo digitale funzionano attraverso linguaggi formali che devono essere appresi in modo sufficiente a capire la loro logica interna e di relazione con l’esterno. Non basta balbettare o intuire qualche funzione isolata.
La propagazione di conoscenze organizzate secondo una propria architettura semantica interna – diversa da quella immediatamente visibile all’esterno – richiede un terreno diverso dalla semplice prossimità fisica. Le persone che si scambiano conoscenze o intuizioni in merito devono cioè condividere la chiave di accesso al sapere specifico, ossia devono far parte di quella che viene sempre più spesso chiamata una comunità epistemica: una comunità che condivide la stessa base epistemologica di organizzazione e di accesso allo specifico campo di conoscenza.

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