Karbala

L'imam come guida spirituale e politica nell'Islam sciita

  • Leonardo Capezzone

    Professore di Storia dei paesi islamici – Università di Roma «La Sapienza»

  • martedì 07 Marzo 2017 - ore 17:30
Centro Studi Religiosi

Audio integrale

Un destino decisivo per gli sviluppi del movimento sciita ebbe in sorte Husayn [con Hasan, suo fratello maggiore e secondo imam della tradizione sciita, figli di Alì (primo imam) e Fatima (figlia del profeta)].
La rinuncia di Hasan non spense la resistenza delle città irachene; i governatori imposti da Damasco, divenuta capitale degli Omayyadi, suscitarono reazioni di rinnovata simpatia per la causa alide. Il progetto di un’aperta ribellione cominciò a concretizzarsi allorché nel 671 Mu’awiya designò suo figlio Yazid come successore, trasformando così la carica califfale in una vera e propria istituzione a carattere ereditario. Il secondo figlio di Alì e Fatima sembrò essere il candidato ideale per dare voce agli antichi e nuovi risentimenti contro un governo sul quale si andava sempre più consolidando l’accusa di empietà e di tirannia, fino a diventare per gli sciiti uno dei simboli dell’usurpazione e dell’ingiustizia.
Per evitare di dover rendere atto di omaggio all’erede presuntivo omayyade, Husayn decise di spostarsi da Medina, dove risiedeva con la sua famiglia, a Mecca, territorio sacro e inviolabile; dalla città santa egli ebbe contatti segreti con l’opposizione kufana, che lo invitava a raggiungere la città irachena per mettersi alla testa di una grande rivolta. Nel settembre del 680 Husayn raccolse l’invito e si mise in viaggio nel deserto con un gruppo sparuto di compagni, circa una cinquantina di persone, fra cui i membri della sua famiglia, tentando di confondersi fra i pellegrini che percorrevano abitualmente la rotta che dall’Iraq conduceva a Mecca.
Il gruppo fu intercettato e riconosciuto da una truppa inviata dal governatore, che sbarrò la strada impedendo a Husayn di tornare indietro; questi provò a proseguire il cammino risalendo l’Eufrate, ma la sua avanzata era seguita, sotto stretta sorveglianza armata, dai militari omayyadi. A poco servì l’arrivo di partigiani kufani: costretto dal messo del governatore di Kufa a prestare ufficialmente atto di omaggio a Yazid, Husayn rifiutò. I militari impedirono così alla piccola carovana qualsiasi altro movimento, e bloccarono inoltre l’accesso all’Eufrate, impedendo il rifornimento d’acqua potabile. Nell’ottobre del 680, nei pressi di Karbala, avvenne il massacro della carovana di Husayn. Questi disponeva di poche decine di soldati, che si impegnarono in un confronto disperato e numericamente impari. Sfiancati dalla sete, tutti gli uomini furono passati a fil di spada; la testa di Husayn fu recisa e portata come trofeo a Damasco. Vennero risparmiati i bambini e le donne della sua famiglia, fra cui sua sorella Zaynab […].
Nonostante il carattere disperato e oggettivamente votato alla disfatta dell’impresa di Husayn, gli sciiti hanno colto ed enfatizzato in questa corsa verso la morte la consapevolezza, da parte del terzo imam, del proprio destino tragico e l’aura sacrificale che circondò immediatamente l’impresa. Le ripercussioni politiche dell’evento furono repentine, ma soprattutto prevalse, in questa lotta contro l’ingiustizia senz’altra via d’uscita che la morte, il carattere sacrale del martirio subito dal figlio della figlia del Profeta. Esattamente come nel senso etimologico riflesso dal concetto di martirio nel primo cristianesimo, Husayn è martire (shahid) perché testimone (questo è appunto il significato primo della parola araba) contro l’ingiustizia e l’empietà di cui gli Omayyadi si macchiarono nei confronti degli eredi del Profeta; tale testimonianza fu recepita quasi immediatamente nella sua più profonda valenza religiosa, grazie alla quale lo sciismo seppe trasformare una sconfitta in mito. L’ondata emozionale delle reazioni assunse proporzioni gigantesche che arricchirono il filo-alidismo di un tema fondamentale per il pensiero religioso sciita: il valore redentivo della sofferenza di Husayn, che rende unico ed esemplare il suo martirio volontario, è visto come il compimento metastorico di un destino che riguarda l’umanità intera. Da questa data – corrispondente al 10 di muharram secondo il calendario lunare islamico, ricorrenza celebrata in tutto il mondo sciita – lo sciismo comincerà ad assumere una delle manifestazioni forse più visibili della sua religiosità: il dolore, la sofferenza, il pianto per un’ingiustizia che, al di là degli eventi storici, ha una dimensione cosmica ed escatologica.
La fonte più antica in nostro possesso sul dramma di Karbala è il resoconto di Abu Mikhnaf, che più tardi lo storico Tabari includerà nei suoi annali. I primi documenti che testimoniano del culto e del pellegrinaggio alla tomba di Husayn a Karbala risalgono al X secolo: il viaggiatore e geografo Ibn Hawqal, intorno al 977, descrive un mausoleo sormontato da una cupola costruita intorno alle spoglie del martire. Ancora oggi, a Karbala e in tutto il mondo sciita la tragica data del 10 di muharram chiude le solenni celebrazioni di ‘Ashura.

 

(da L. Capezzone e M. Salati, L’Islam sciita. Storia di una minoranza, Roma, Edizioni Lavoro, 2006, pp. 56-58)*

 

 

(*) I titoli contrassegnati con l'asterisco sono disponibili, o in corso di acquisizione, per la consultazione e il prestito presso la Biblioteca della Fondazione Collegio San Carlo (lun.-ven. 9-19)

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