Varanasi

Il pellegrinaggio alle sacre acque nelle tradizioni dell'India

  • Alberto Pelissero

    Professore di Filosofie, religioni e storia dell’India e dell’Asia centrale - Università di Torino

  • martedì 21 Febbraio 2017 - ore 17:30
Centro Studi Religiosi

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Le radici vediche della pratica del pellegrinaggio induista vanno rintracciate anzitutto nel Rigveda, in cui compare più volte il termine tirtha, sia nel significato di “via”, “passaggio”, sia nel senso più tecnico di “guado”, specificamente “guado sacro”, luogo in cui è possibile passare guadando un corso d’acqua, e in cui è uso radunarsi in occasione di determinate festività. Questa è probabilmente l’origine della pratica del pellegrinaggio, l’usanza di radunarsi nei punti guadabili di fiumi e torrenti per celebrare una qualche festa periodica.
In un paese monsonico in cui la guadabilità dei fiumi è inevitabilmente stagionale, l’occasione di raduni festosi attirava folle consistenti presso i corsi d’acqua, fonte della sussistenza agricola e pertanto della vita stessa. Ed è proprio un testo sacerdotale legato al Rigveda, l’Aitareyabrahmana, che riporta un mito eziologico che spiega le origini della pratica del pellegrinaggio, il “viaggio ai guadi sacri”, tirthayatra. Dice il testo (Aitareyabrahmana, 7, 33, 3): «Molteplice è la prosperità di chi va peregrinando, così abbiamo udito: malvagio è chi dimora tra gli uomini, Indra [il re degli dei] è compagno di chi va peregrinando… Son come fiori i piedi di chi vaga, cresce il suo corpo e dà frutti, svanisce ogni sua colpa, percossa dallo strumento del suo andare peregrinando… Sta seduta la sorte di chi sta seduto, si erge in piedi quella di chi si erge in piedi, declina quella di chi si sdraia, si muove in vero quella di chi si muove». (…)
L’antica area urbana di Kashi (“la splendente”), la cui cittadella è nota dall’epoca tardomedievale come Varanasi (perché sorge tra i due affluenti della Ganga, Varana e Asi), chiamata dagli inglesi Benares, è certo il più celebre luogo santo dell’India.
Dimora di Shiva, che vi è venerato come Vishvanatha (“signore dell’universo”), sorge sulla sponda orografica sinistra del fiume sacro (l’altra riva è considerata di cattivo auspicio) e ospita lungo le sue gradinate prospicienti l’acqua il crematorio del Manikarnikaghat, ove il defunto ottiene immediata liberazione dal ciclo delle rinascite perché Shiva stesso gli mormora all’orecchio la formula di salvezza (tarakamantra, “che fa traversare [l’oceano della trasmigrazione]”). È una delle sette città sante (saptapuri), sede di uno dei dodici segni di luce (jyotirlinga), in certo modo il centro di ogni pellegrinaggio, di cui costituisce la meta finale come pure la destinazione ultima del viaggio terreno dell’uomo. Tutti aspirano a recarvisi almeno una volta nella vita, e dal momento che morire a Varanasi garantisce la liberazione si comprende l’esortazione estrema: «l’uomo dimori a Varanasi, dopo essersi spezzato i piedi con una pietra» (Kurmapurana). Chi ha la fortuna di giungervi è invitato a fare in modo di non poterla lasciare mai più. Il culmine del pellegrinaggio alla città santa è costituito da un circuito interno alla pancakroshi, detto vishveshvara antargriha yatra, “viaggio dell’embrione interiore del Signore del tutto” (l’epiteto con cui Shiva è venerato a Varanasi), da compiersi in uno dei tre periodi indicati (febbraio-marzo, ottobre-novembre, novembre-dicembre), ma preferibilmente nella “grande notte di Shiva”, mahashivaratri, il tredicesimo giorno della metà scura del mese lunare a cavallo tra febbraio e marzo. La città è ormai completamente equiparata al corpo stesso del dio, con il quale il pellegrino è chiamato a identificarsi a sua volta.

 

(da A. Pelissero, Induismo, in A. Pelissero et al., Pellegrinaggi, Milano, Electa, 2011, pp. 10 e 50)

(*) I titoli contrassegnati con l'asterisco sono disponibili, o in corso di acquisizione, per la consultazione e il prestito presso la Biblioteca della Fondazione Collegio San Carlo (lun.-ven. 9-19)

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