Lhasa

La terra degli dèi nel buddhismo tibetano

  • martedì 11 Aprile 2017 - ore 17:30
Centro Studi Religiosi

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Insieme alla scrittura, Sontsen Gampo (605-650 d.C.) introdusse in Tibet il buddhismo che si rivelò, come già era accaduto in India sotto il regno dell’imperatore buddhista Asoka (III sec. d.C.), un formidabile strumento di unificazione culturale e che permise in breve tempo alla dinastia regnante di diventare una delle maggiori potenze dell’Asia centrale dal VII al IX secolo d.C. Secondo le narrazioni mitiche della dinastia di Yarlung, il buddhismo era apparso in Tibet già nel IV secolo d.C. durante il regno del ventottesimo imperatore, Lhato Tori, quando un sutra buddhista e alcuni oggetti rituali caddero magicamente dal cielo sul palazzo reale di Yumbu Lhakang. Narra la leggenda che i tibetani non riuscirono a decifrare il manoscritto perché ancora non si erano dotati di un sistema di scrittura ma conservarono con grande venerazione il testo e gli altri oggetti, considerandoli come un tesoro misterioso.
Questo mito riflette il fatto che nei primi secoli d.C., a differenza di tutti gli altri territori limitrofi, India, Nepal, Cina, oasi centrasiatiche, il Tibet non aveva ancora assimilato il buddhismo ed era venuto in contatto con esso solo attraverso incontri sporadici, probabilmente con monaci o yogin itineranti. Anche nel Bon, la religione che secondo la tradizione aveva preceduto il buddhismo in Tibet, si tramanda che alcuni insegnamenti erano giunti dal vicino mondo iranico. Questo, secondo diversi studiosi, potrebbe essere interpretato come prova di antichi contatti tra il Tibet e i regni buddhisti a occidente.
Le nostre conoscenze sulla civiltà tibetana arcaica possono essere dedotte dall’ancora limitato corpus di ritrovamenti archeologici e dal grande patrimonio di tradizioni orali che viene tramandato nella letteratura posteriore, in modo particolare in quella rituale. I testi relativi alle cronache della dinastia di Yarlung sono ricchi di materiali mitologici e narrativi che ci descrivono un mondo dove il potere regale aveva un carattere sacro e al monarca erano attribuite origini divine. Allo stesso modo, le montagne, i fiumi e le acque del sottosuolo erano considerate le dimore degli spiriti protettivi dei luoghi, i quali detenevano un ruolo centrale nella visione del mondo tibetano più antico. Queste credenze hanno lasciato una traccia profonda nella religiosità posteriore, dove è ancora molto presente il culto dei pellegrinaggi e delle terre segrete. (…) Tutto questo mondo magico-religioso, intessuto di credenze e miti arcaici che affondano le loro radici nelle tradizioni più lontane dello sciamanesimo centrasiatico, fu assorbito in gran parte dal buddhismo. Si formò una religione molto complessa e sincretistica che assorbì tutto il patrimonio filosofico delle scuole buddhiste precedenti, fondendole con le tradizioni autoctone più arcaiche. (…) In effetti, a partire dal VII secolo d.C., con l’ascesa della dinastia di Yarlung e la conquista militare di molti territori dell’Asia centrale, grazie a quella che venne definita la «prima diffusione del buddhismo», all’introduzione della scrittura e del codice delle leggi, l’imperatore Sontsen Gampo e ancor di più suo nipote Trison Detsen (755-797) dettero un forte impulso alla formazione della civiltà tibetana, che da allora assunse quelle caratteristiche specifiche attraverso le quali viene ancor oggi conosciuta.
Fu iniziata un’intensa opera di traduzione di testi buddhisti dal sanscrito in tibetano, grazie alla stretta collaborazione tra i maestri indiani che venivano invitati alla corte imperiale e i traduttori tibetani che a loro volta si recavano nelle maggiori università dell’India per apprendere il sanscrito e la filosofia buddhista. Indagini recenti provano l’intensa attività di questo primo periodo, nel quale furono tradotte più di novecento scritture grazie al lavoro di circa ottanta traduttori, molti dei quali di origini indiane, nepalesi e kashmire. La maggior parte dei testi buddhisti diffusi in Tibet erano di provenienza indiana, ma sono attestate anche traduzioni di opere provenienti dalla Cina e dall’Asia centrale. (…) Nel 1642 Gushi Khan, un principe mongolo che aveva sottomesso gran parte dei territori tibetani con le armi, conferì al quinto Dalai Lama la suprema autorità su tutto il paese. Il grande quinto, come venne in seguito chiamato, si insediò a Lhasa, dove stabilì un governo centralizzato che prevedeva la collaborazione bilaterale di gerarchie clericali e di ministri laici. Come simbolo del suo potere, iniziò la costruzione del grandioso palazzo del Potala, sulle rovine dell’antica reggia della dinastia di Yarlung, in cima alla collina alta 130 metri detta Marpori (la montagna rossa), dove insediò la sua residenza e la sede del governo. Il suo fu un periodo di grande unificazione e di pace nel Tibet. Venne dato un forte impulso alla costruzione e al restauro di monasteri e di templi non solo dell’ordine Ghelugpa, ma di tutte le scuole religiose. Grazie al notevole interesse per le scienze di Desi Gyatso, il primo ministro del suo governo ed effettivo reggente del regno teocratico, furono stabiliti i codici medici, matematici, astronomici.
Fu data particolare attenzione al sistema di formazione religiosa e artistica, furono fondate scuole di pittura, di artigianato, di medicina. Le biblioteche si riempirono di nuovi trattati di esegesi filosofica, di testi di storiografia, di testi sull’arte, sull’iconometria, sul teatro e sulla musica.
(da G. Orofino, Orizzonte perduto: le radici culturali dell’antico Tibet, in «Quaderni speciali di Limes. Tibet: la Cina è fragile», 2009, n. 1, pp. 122-127)

 

(*) I titoli contrassegnati con l'asterisco sono disponibili, o in corso di acquisizione, per la consultazione e il prestito presso la Biblioteca della Fondazione Collegio San Carlo (lun.-ven. 9-19)

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